"Control", di Anton Corbijn
Chi ha amato e ama i Joy Division, la loro musica dolorosamente emozionante, non può non amare Control. Nelle sue immagini è scritta una storia inespressa e silenziosa, un flusso di tristezza e verità assoluta, lontanissimo dal biopic classico e musicheggiante. Menzione speciale per la Camera d'Or nel 2007 a Cannes
Ian Curtis morì suicida nel 1980, a 23 anni. Si impiccò un mese prima dell’ uscita di “Love Will Tear Us Apart”, l’ ultimo e il più struggente album dei Joy Division.
Anton Corbijn, che fotografò i Joy Division quesi trent’ anni fa nel tunnel della metropolitana di Londra, racconta la vita e l’ arte di Curtis nel suo primo lungometraggio.
Chi si aspetta un “biopic” classico e musicheggiante rimarrà probabilmente deluso. Control non ha niente a che fare con l’autocompiacimento visivo e rumoroso che spesso è l’essenza dei film sui maudit del rock. Il bianco e nero essenziale, le ambientazioni low/ midle-class lo avvicinano piuttosto al “kitchen-sink” britannico dei primi anni ’60.
Non c’è traccia di glamour né di quell’esuberanza psichedelica e narcisista che contamina film come The Doors di Oliver Stone.
Lo sguardo di Corbijn è in bianco e nero come deve essere stata l’ Inghilterra post-punk e industriale degli ultimi anni ’70 e dei primissimi ’80. E’ un bianco e nero che vira al grigio come gli interni piccoli e piccolo-borghesi che ritrae. E come la malinconia di Ian che li pervade. Come la musica dei Joy Division: la malinconia di Control è una tristezza minimalista e stranamente pragmatica perché priva di orpelli, lineare nella sua intima depressione.
Ammalia perché puro, spoglio da qualsiasi trovata sentimentalistica. E riesce a dire tutto quello che è necessario sapere senza abusare delle parole né della musica.
Il rischio di creare l’ennesima biografia “dannata” ad uso e consumo di orde di fedelissimi dell’ ultima ora era grosso. Ma Corbijn lo ha sapientemente annientato nell’ immagine del suo Ian: non il poeta sofferente distrutto dagli eccessi e dalla pressione del mondo, ma un ragazzo troppo confuso e, forse, troppo egoista.
Sam Riley lo incarna alla perfezione, prestandogli il suo corpo e la sua voce straordinariamente somiglianti eppure diversi da qualsiasi immagine convenzionale. I movimenti frenetici sul palco sono rivelati in tutta la loro bambinesca goffaggine, gli occhi appesantiti da una tristezza inspiegabile.
Samantha Morton è eccezionale nella sua arrendevole interpretazione di Deborah.
Con i suoi contrasti severi, le inquadrature lunghe e impietose che scavano la superficie di oggetti e persone, Corbijn ci racconta un’ altra storia. Non quella convenzionale di un antieroe romantico e tenebroso, ma quella di un ragazzo pieno di talento che ha solo sbagliato i tempi e ha voluto tutto troppo in fretta, forse alla ricerca di quel “controllo” che non era mai riuscito ad avere: una moglie, una figlia, la musica rock, un’amante. Pieno di poesia e di rarefatta e sincera dolcezza per le due donne che credeva di amare, ma al tempo stesso vigliacco ed egoista. Un ragazzo.
Senza concessioni di alcun tipo, né per la malattia, l’epilessia, né tantomeno per il suicidio, senza cercare cause e ragioni dolorose Corbijn parla di dolore e d’ amore.
Chi ha amato e ama i Joy Division, la loro musica dolorosamente emozionante, non può non amare Control. Nelle sue immagini è scritta una storia inespressa e silenziosa, un flusso di tristezza e verità assoluta.
Titolo originale: id.
Regia: Anton Corbijn
Interpreti: Sam Riley, Samantha Morton, Alexandra Maria Lara, Joe Anderson, James Anthony Pearson, Harry Treadaway, Craig Parkinson, Toby Kebbell, Andrei Sheridan, Robert Shelley, Richard Bremmer, Tanya Myers
Distribuzione: Metacinema
Durata: 118’
Origine: Usa/Gran Bretagna/Australia, 2007
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