BERLINALE 59 - "Ricky", di François Ozon (Concorso)
Il regista francese gira una fiaba sull’attesa, una favola incantata e sospesa che ricorda stilisticamente i fratelli Dardenne. Senza pensarlo come un film totalmente riuscito, Ricky potrebbe segnare il ritorno sui propri passi, quelli gia’ battuti con una certa efficacia in passato: quelli in cui intrecciava commedia, grottesco, fantascienza, favola dark...
Quando Katie (Alexandra Lamy), una donna con problemi economici, costretta da sola a crescere la figlia, conosce Paco (Sergi Lopez), operai della sua stessa fabbrica, i due s’innamorano e lei resta incinta. Ricky e’ il nome che daranno all’ultimo arrivato. Ispirato al racconto dell’inglese Rose Tremain (contenuto in un libro del 2005, The Darkness of Wallis Simpson), il regista francese di Gocce d’acqua su pietre roventi, Sotto la sabbia, Il tempo che resta, Otto donne e un mistero, Swimming Pool, Angel, gira un film (co-prodotto con l’italiana Teodora) fantastico sull’attesa, una favola incantata e sospesa che ricorda stilisticamente i fratelli Dardenne e soprattutto il loro Rosetta.
L’idea dell’elemento fantastico arriva improvvisamente a scombussolare la vita di questa famiglia dei sobborghi francesi. Ricky dopo alcuni mesi e’ gia’ molto piu’ grande dei suoi coetanei e soprattutto nasconde uno straordinario mistero: poco a poco, sulla sua schiena cresceranno due piccole ali che gli consentiranno di volare. Per nulla sconvolta, la madre comincia a cucirgli vestiti su misura e soprattutto testa le sue qualita’ aeree, equipaggiandolo di casco e imbottiture contro le cadute. Sembra di vivere in un sogno e forse e’ proprio l’irrealta’ ad impossessarsi di questa famiglia. Ozon non pare interessato particolarmente all’aspetto fantastico ma piuttosto alla maniera in cui la storia tratta il tema della famiglia, del posto che tutti occupiamo all’interno di essa e dello squilibrio che puo’ creare l’arrivo di un nuovo membro, che sia un nuovo partner o un altro bambino. Ironico e a tratti piacevolmente leggero, Ricky quando “rischia” di eccedere in bizzarrie e deragliare nell’irrealta’ senza ritorno, si concede ad elementi umoristici che ti lasciano alla giusta distanza per non farsi prendere dalla tentazione di lasciar perdere o di far scemare la tensione. Ozon e’ capace anche di lasciar intrecciare commedia, grottesco, fantascienza, favola dark. Trova la spensieratezza che in altri suoi titoli mancava, nei quali soprattutto il cinema sembrava rincorrere modelli autoriali e di genere e non la sostanza, la materia di cui sono fatti. Ritornano, in qualche modo, le sue ossessioni di un tempo, come quando in Sitcom (debutto al lungometraggio) il figlio di turno si confessa gay e la madre per guarirlo ci va a letto, colpa, forse di un piccolo topo bianco che irradia strani influssi.
Ancora una volta una commedia di situazioni che senza pregiudizi si diverte a giocare con gli stereotipi e i tabu’ di origine teatrale-cine-televisiva. In quel cinema delle origini, scene hard, sfondi onirici, e scatti surrealisti con finale horror-gore, lasciavano presagire un percorso autoriale provocatorio e paradossalmente meno strutturato delle sue ultime uscite gia’ citate. Torna così alla memoria un altro titolo emblematico poco conosciuto, Les amants criminels, in cui Ozon mescola cronaca nera e fiaba, apparentemente due generi agli antipodi, ma in realta’ devastanti per eguale cupezza. Quindi, senza pensarlo come un film totalmente riuscito, Ricky potrebbe segnare il ritorno sui propri passi, quelli gia’ battuti con una certa efficacia in passato.
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