HOME CINEMA - Il cinema della luce: Dragonfly, di Tom Shediac

Lo avevamo "bucato", colpevolmente, alla sua uscita in sala. Oggi il film "di" Kevin Costner torna in home video ed è l'occasione per recuperare una delle opere più emozionanti della stagione.

Nella classifica dei film più belli dell'anno apparsa tempo fa sulla nostra rivista, non vi era stranamente posto per il Costner di Dragonfly, un'opera che non ha visto praticamente nessuno, un sussulto disperato e vitalissimo di un cinema (quello costneriano) in continua crescita, sia pur per l'appunto invisibile. Se avete voglia di affidarvi ciecamente ad un progetto etico/estetico nel cinema contemporaneo, beh, i nomi da suggerirvi sarebbero tre, al massimo quattro. Costner lo mettiamo volentieri in prima fila, sicuri di non sbagliare nel dire che si tratta di un cinema (già un corpo/cinema) dei più appassionanti degli ultimi anni, proprio perché sempre sul punto di rottura per quanto è sbilanciato il propri farsi corpo sul set che lo ospita. Stavolta a dirigerlo è Tom Shediac, un discreto mestierante a sua volta diretto da Costner visto che l'opera sembra scoppiare per quanto c'è dentro dell'attore americano. Perché ci piace tanto? Non vogliamo rispondere con una sola affermazione, ci limitiamo a dire che rappresenta la quintessenza della classicità post-eastwoodiana in un cinema (il suo) pericolosamente avanti rispetto ai cicalecci stancanti di un altro cinema (quello di superproduzioni spesso senza cuore, più attente ad un ritorno commerciale, che non a quello umano), capace di fare piazza pulita di ogni retorica da trivio per essere retorica, quella buona, quella che non viene dopo niente e nessuno.

In Dragonfly la scena si costruisce in modo sublime e diretto sull'assenza della moglie di Costner, medico come lui, morta tragicamente in un incidente d'auto mentre si trovava su di un pulmino con della gente che aveva in cura. Un'assenza liquida, proteiforme, capace però di restituirsi al nostro occhio come presenza viva, squillante, energetica. Costner è in crisi, ha voglia di mollare tutto, non ci sta a continuare la vita senza la sua ragione di vita. Poi i segni di una presenza, come dicevamo, che torna a cristallizzarsi in materia (sotto forma di dolce libellula) assillante, eppure stranamente utopica e resistenziale. Il corpo della moglie non è mai stato trovato, dunque forse è viva. Lasciamo stare la trama però (e soprattutto il meraviglioso finale in cui Costner/Shediac giungono a filmare l'infilmabile), e spendiamo due parole sul senso di questa nuova tappa costneriana. Un atto d'amore o soltanto un'opera abbastanza ben fatta e interessante? Togliamo subito di mezzo la seconda e concentriamoci sulla prima. Un atto d'amore allora, una dichiarazione d'intenti in cui questo cinema, articolandosi sin dai primi squarci di messinscena come dialettica manichea tra scientifico e irrazionale, magico e religioso, asettico e selvaggio, ci fa letteralmente girare la testa, perdere l'orientamento, cancellare ogni punto di riferimento. Da una parte le grigie corsie d'ospedale, dall'altra il mistero infinito della morte immerso in un contorno assolutamente privo di riconoscibilità. Quando la luce del soprannaturale prende il sopravvento, la messinscena inizia a simulare un gioco senza palla che ci scaglia con forza all'origine delle nostre paure, delle nostre ossessioni, delle nostre quotidiane perdite, e non si può fare nulla per evitare di cadere tra le braccia di Costner, vivendo insieme a lui un itinerario di avvicinamento costante allo zenith ipertrofico dell'amore ricambiato, della disperazione che solo all'ultimo vede una flebile luce.

E' un gioco di risonanze magnetiche questo Dragonfly, un caledoscopio commovente di piccoli avvertimenti (la realtà non è quella che si esaurisce nel raggio ottico del nostro sguardo, il cinema ha il dovere di provare a filmarla quella zona di sospensione in cui l'immagine non è ancora data per intero) che non può non ricordarci soprattutto per l'itinerario spaziale seguito all'interno del set la stessa dinamica di Verso il sole di Cimino, altra pietra miliare di un cinema totale che non ha paura di esibire la tragicità di un essere (quello per l'appunto umano) svuotato di ogni appeal sensuale e scaraventato nelle maglie di una ricerca che altro non è che un sublime cerchio in cerca di definizione. E' questa che manca in Dragonfly, questa che si registra in ogni istante come orizzonte di senso che non verrà mai colmato da nessuno. E questa che rende l'opera un groviglio spietato e al tempo stesso dolcissimo di tante piccole cose che non tornano, di numerosi schemi strutturali persi in corsa nel tentativo di diventare imperfetta, lacunosa, indimenticabile. Come la vita appunto.

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