CANNES 62: "Fish tank", di Andrea Arnold (Concorso)
Lo schema è senza sorprese, ma la distanza dai cliche’ di questo cinema è siderale. L'interiorità è un mondo sommerso che la regista cattura facendo passare sul volto della protagonista il blu della solitudine, il giallo di una passione invisibile e soffocante, il rosso virato al viola della corruzione
Al suo secondo lungometraggio dopo Red Road, la regista inglese Andrea Arnold torna sui luoghi del suo cinema, fatto di madri sole (Wasp, Oscar per il miglior cortometraggio nel 2005) e spigolosi rapporti con figlie adolescenti (il corto Dog). In Fish tank lo schema e’ senza sorprese: una madre bella, giovane e senza marito (Kierston Wareing, In questo mondo libero…), due figlie, una bambina e l’altra adolescente, Mia (la brava Katie Jarvis, al suo debutto). Il loro modo di amarsi e’ fatto di violenza fisica e verbale (« Sai che non sono riuscita ad abortirti? Era il mio primo appuntamento »), e la casa nella periferia di una metropoli non-luogo e’ gia’ troppo stretta per Mia. Come una vasca per i pesci. Fino a che non compare Connor, il nuovo fidanzato della madre di Mia (Michael Fassbender, Inglourious basterds), destinato a portare uno sconvolgimento a tutti i livelli della sua vita. Gelosia madre-figlia, nuova scoperta della propria sensualita’, la danza come oasi di alienazione, cieli minacciosi, strade enormi, cortili popolari. Lo schema e’ senza sorprese, ma la distanza dai cliche’ di questo
cinema e’ siderale. Andrea Arnold gioca tutto sui dettagli, gli sguardi e le parole non dette. Mia e’ come la giumenta-apparizione in un ritaglio di prato abitato dal ragazzo gitano che diventa suo amico, e i suoi momenti migliori sono quelli in cui riesce per un solo attimo a staccarsi da se stessa e dal suo (tenero) cinismo, a volare in una stanza (quella in cui si rifugia per ballare davanti a un pubblico assente) o a occhi chiusi nel sedile posteriore di una macchina (quando Connor porta tutta la famiglia a fare una gita). La sua interiorita’ e’ un mondo sommerso, come il pesce che lei e Connor prendono a mani nude, l'uno di fronte all'altro. La regista la cattura facendo passare sul suo volto i colori freddi e blu della solitudine, il giallo carico di una passione totale e invisibile, disperante e soffocante, il rosso virato al viola della corruzione. Mia ha troppa rabbia e troppa inconsapevolezza per essere una lolita. La sua solitaria dance into the fire diventa progressivamente, impercettibilmente, una danza per un altro da se’, tremenda fusione tra (mancanza di) amore paterno e amore tout court. Il suo sogno, ritmato da California dreamin’ e bagnato da una luce solare ora crudele, ora troppo debole, non puo’ che infrangersi sulle coste dolorosamente frastagliate della sua, malgrado tutto, ingenuita’. E non puo’ che risorgere altrove, dal coraggio figlio di quella stessa incoscienza che fa di Mia un personaggio tridimensionale e difficilmente accantonabile.
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