"Draquila", di Sabina Guzzanti
Sabina Guzzanti è riuscita a resistere alla tentazione di strafare non trasferendo la sua guerra (privata) contro Berlusconi al centro del film ma lasciandola ai margini. Il cuore del film resta ancorato a quello che è successo a L’Aquila: dal mancato allarme, alla gestione dell’emergenza, fino alle scelte sulla ricostruzione, raccontate con una obiettività ed un senso della misura che pochi si sarebbero aspettati da lei
Dopo nove mesi di presenza quasi costante sul territorio ed una stretta interazione con i comitati cittadini più attivi che le hanno fruttato 700 ore di girato, Sabina Guzzanti è pronta a raccontare “una verità” (per dirla con Bertolaso) sul terremoto dell’Aquila.La prima cosa che si può dire (e forse anche la più sorprendente) è che è riuscita a resistere alla tentazione di strafare non trasferendo la sua guerra (privata) contro Berlusconi al centro del film, lasciandola ai margini, relegata a qualche aggettivo troppo colorito oppure al riciclaggio di classici spezzoni di blob (Berlusconi che esalta “the flag of the United States” in compagnia di Bush, oppure il lapsus di Dell’Utri: “… purtroppo essendo io mafioso” o, ancora, Berlusconi che “confessa” di aver speso 200 milioni di euro in spese legali e giudici). Il cuore del film resta ancorato a quello che è successo a L’Aquila: dal mancato allarme, alla gestione dell’emergenza, fino alle scelte sulla ricostruzione, raccontate con una obiettività ed un senso della misura che pochi si sarebbero aspettati da (una come) lei. Dal punto di vista giornalistico il film non presenta grossi scoop: il costo stratosferico del progetto C.A.S.E. e dei puntellamenti a tappeto nel centro storico svuotato, la riduzione delle libertà individuali e collettive nelle tendopoli sono cose che i più attenti avevano già avuto modo di scoprire negli approfondimenti di Presa Diretta o Anno Zero. Le uniche notizie davvero nuove riguardano le responsabilità della Protezione Civile per il mancato allarme grazie alle testimonianze di alcuni funzionari che ammettono di aver preparato informative sulle forti analogie dello sciame sismico con quelli che precedettero i terremoti distruttivi verificatisi in città nel 1703 e nel 1461, oppure di come il verbale della Commissione Grandi Rischi tenutasi a L’Aquila una settimana prima del sisma (per ammissione del Prof. Boschi, Presidente dell’INGV) sia un falso essendo stato preparato e firmato solo dopo di esso. Ma anche queste notizie vengono date senza clamore, senza calcare troppo la mano, forse perché non è questo il luogo (filmico) delle indagini.
Il film, infatti, va in un’altra direzione procedendo sempre su due binari: quello emotivo (locale) che ci regala alcune delle
testimonianze più belle (tutte a loro modo folli) di resistenza al potere, al dolore, alla rassegnazione (l’anziano Prof. Colapietra che racconta di come una forza misteriosa gli abbia impedito di abbandonare la propria casa rendendolo a lungo l’unico abitante del centro storico, oppure la comica guerra degli striscioni esposti, tolti ed infine riesposti, previo aggiornamento), e quello sociopolitico (nazionale) che parte dal caso L’Aquila per portare avanti una riflessione su quelle che sono le armi e le metodologie che il potere oggi in Italia usa per perseguire i suoi obiettivi. E su tutte l’arma più potente è senz’altro l’atomica mediatica i cui effetti qui sono evidenti a tutti con la signora che cerca di spiegare che lei nei container non ci vuole andare pure se non sa come sono fatti, oppure le famiglie sempre diverse ma sempre uguali che si commuovono nello scoprire ora il ferro da stiro, ora le sottopentole fra gli arredi sempre uguali delle C.A.S.E.
testimonianze più belle (tutte a loro modo folli) di resistenza al potere, al dolore, alla rassegnazione (l’anziano Prof. Colapietra che racconta di come una forza misteriosa gli abbia impedito di abbandonare la propria casa rendendolo a lungo l’unico abitante del centro storico, oppure la comica guerra degli striscioni esposti, tolti ed infine riesposti, previo aggiornamento), e quello sociopolitico (nazionale) che parte dal caso L’Aquila per portare avanti una riflessione su quelle che sono le armi e le metodologie che il potere oggi in Italia usa per perseguire i suoi obiettivi. E su tutte l’arma più potente è senz’altro l’atomica mediatica i cui effetti qui sono evidenti a tutti con la signora che cerca di spiegare che lei nei container non ci vuole andare pure se non sa come sono fatti, oppure le famiglie sempre diverse ma sempre uguali che si commuovono nello scoprire ora il ferro da stiro, ora le sottopentole fra gli arredi sempre uguali delle C.A.S.E.Certo, la sciagura avrà reso questi cittadini particolarmente fragili e bisognosi di segni tangibili di vicinanza, ma siamo così sicuri che gli altri cittadini, quelli lontani dal cratere anche centinaia di chilometri, prendano le loro decisioni e formino le proprie opinioni in maniera più autonoma? … ad esempio in tema di immigrazione, lotta alla corruzione, diritti sociali …
Regia: Sabina Guzzanti
Distribuzione: Bim
Durata: 93’
Origine: Italia, 2010
Origine: Italia, 2010
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