"Il solista", di Joe Wright
Il fascino del film è nel misterioso accordo tra il corpo e la città, tra un attore e un ambiente. Ayers/Foxx prova il violoncello e un volo di uccelli si libra sul cielo di Los Angeles. Brandelli di cinema che si fanno strada nei sensi e lavorano nell’immaginario, nonostante Joe Wright, con quella sua misura british, con quell’eccesso di educazione e di compassata eleganza, sembri ancora impegnato a illustrare le pagine di Orgoglio e pregiudizio o Espiazione
Jamie Foxx suona ancora. Ha iniziato al piano, nei panni dell’immenso Ray Charles, per poi continuare nelle feste di San Valentino di Appuntamento con l’amore. Ora ha finalmente lasciato i tasti bianchi e neri del pianoforte, per dedicarsi a un violino con due sole corde, semidistrutto, e a un violoncello ricevuto in dono dalla grazia. E’ sceso in strada, per vivere da homeless nelle strade a volte magnifiche e troppo spesso infernali di Los Angeles. Ancora Los Angeles, come nel film di Marshall, l’altra sponda dell’immaginario di un’America che non smette mai di mostrare senza pudore il suo cuore di tenebra. Oscuro, ma pur sempre un cuore. Organo pulsante d’amore e decadenza, di grazia e caos. La musica e la città degli angeli. Il destino di Jamie Foxx sembra segnato nei confini di queste due dimensioni, solo all’apparenza inconciliabili. E’ come se da Collateral in poi, questo attore sia diventato l’immagine e lo strumento dell’anima della metropoli californiana, colui che l’attraversa da capo a capo, per farne risuonare le corde e raggiungere le vibrazioni più profonde. E’ l’ultimo custode. E non è certo un caso che, nei panni dello schizofrenico, derelitto Nathaniel, sia ossessionato dall’idea di mantenere pulite le strade della città. Raccoglie i mozziconi di sigaretta e spazza gli angoli più lerci. E suona nel traffico, sfidando i rumori, anzi lasciando che le note di Beethoven si accordino ai loro ritmi (non) indifferenti, come in una nuova, segreta orchestrazione. “Non posso suonare qui”, dice al suo ostinato ‘salvatore’, che vuole condurlo al riparo di una casa, lontano dai pericoli e dagli accordi della città. L’aspetto più affascinante de Il solista è qui. Non tanto nella carica emotiva della commovente storia vera di Nathaniel Ayers, raccontata da Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times. Non tanto nei suoi risvolti sociali (sottolineati dalla sceneggiatura di Susannah Grant), in quello sguardo rispettoso ma attento sulle periferie e sul degrado urbano e umano. Non tanto nella rappresentazione di un giornalismo in crisi perenne, che si avverte disancorato da una vocazione e da un’utilità concreta. Ma è in questo accordo tra il corpo e la città, tra un attore e un ambiente. Ayers/Foxx prova il violoncello e un volo di uccelli si libra sul cielo di Los Angeles. Brandelli di cinema che si fanno strada nei sensi e lavorano nell’immaginario, nonostante Joe Wright, con quella sua misura british, con quell’eccesso di educazione e di compassata eleganza, sembri ancora impegnato a illustrare le pagine di Orgoglio e pregiudizio o Espiazione. Tocca agli attori e alla città fare il lavoro. Los Angeles si denuda dall’alto. Jamie Foxx è il corpo che tiene il vita il film. E Robert Downey Jr. sta ad ascoltare e guardare, con rispetto. Come il vero Lopez, è il testimone dell’accordo e la coscienza che prova a ritessere il senso della storia.Titolo originale: The Soloist
Regia: Joe Wright
Interpreti: Jamie Foxx, Robert Downey Jr., Catherine Keener, Tom Hollander, Lisa Gay Hamilton, Nelsan Ellis
Distribuzione: UIP
Durata: 109’
Origine: USA, 2009
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