“Indovina chi sposa Sally”, di Stephen Burke
Nel film di Burke sembra quasi che la formula alla base del genere abbia subito una spoliazione progressiva, fino a divenire una sterile sequenza dove ogni scena pare ricavata da qualche polveroso manuale di sceneggiatura teatrale e in cui i protagonisti – per non parlare del solito contorno di madri invadenti, suoceri minacciosi, invitati ubriachi e camerieri imbranati – sembrano reagire più ad astratti imperativi di scrittura che non a una volontà propria e credibile.

Un uomo e una donna stanno per sposarsi. La scarsa convinzione aleggia nell’aria. Lui prova il fatidico “lo voglio” davanti allo specchio, ma è talmente nervoso da scivolare battendo la faccia sul lavandino. Lei non vorrebbe neanche indossare l’abito nuziale e si blocca davanti all’ingresso della chiesa, chiedendosi se non stia commettendo il più grosso errore della sua vita. Davanti all’altare arriveranno entrambi, ma non insieme. Freddie risposa l’ex moglie Sophie, promettendo a se stesso che la seconda volta sarà quella buona. Con il suo “sì” Sally salva, in cambio di soldi, l’immigrato Wilson dall’espulsione. Da questo inizio che annuncia già a quale coppia toccherà il prevedibile happy ending, l’esordio alla commedia dell’irlandese Stephen Burke, regista di corti a tema politico, procede sotto l’ombra, ingombrante, del più grande successo non americano a base di confetti e fiori d’arancio, Quattro matrimoni e un funerale, e del folle e leggiadro La felicità porta fortuna che valse il Golden Globe a Sally Hawkins. Dal primo, il film di Burke vorrebbe recuperare lo humour brillante dei dialoghi, l’idea del matrimonio come occasione di incontro/rivelazione dell’anima gemella, il cliché dello sposo indeciso e abbonato alla gaffe. Sul film di Mike Leigh ricalca in parte il ritratto della dropout eccentrica e vivace, animata di buone intenzioni perennemente incomprese. Di suo, il regista prova a metterci qualche rifinitura potenzialmente non disprezzabile, nell’iniziale interazione dei due ricevimenti di nozze, che fa apparire il matrimonio “serio” ancor meno autentico dell’unione di convenienza, o quando assume il punto di vista della giovane figlia di Sally per biasimare il comportamento irrazionale degli adulti. Nel complesso, però, appare indeciso se imboccare la strada dell’ironia garbata che lasci trapelare la satira dell’istituzione matrimoniale oppure quella di un umorismo più fisico o puramente clownesco a cui il talento comico di Sally Hawkins senz’altro si presterebbe. Il risultato, fallimentare, del tentato equilibrio rende Indovina chi sposa Sally l’ultimo avanzo di una stagione davvero fiacca sotto il profilo delle commedie romantiche. Nel film di Burke, in particolare, sembra quasi che la formula alla base del genere abbia subito una spoliazione progressiva, fino a divenire una sterile sequenza dove ogni scena pare ricavata da qualche polveroso manuale di sceneggiatura teatrale e in cui i protagonisti – per non parlare del solito contorno di madri invadenti, suoceri minacciosi, invitati ubriachi e camerieri imbranati – sembrano reagire più ad astratti imperativi di scrittura che non a una volontà propria e credibile. Una sposa ubriaca o una porta in faccia non fanno necessariamente ridere, come le smorfie buffe o i tic nervosi non bastano a rendere una protagonista irresistibilmente simpatica, se non c’è un regista in grado di pensarla come un personaggio vivo e non una stantia macchietta da sitcom.
Titolo originale: Happy Ever Afters
Regia: Stephen Burke
Interpreti: Sally Hawkins, Tom Riley, Jade Yourell, Ariyon Bakare, Sinead Maguire
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 104’
Origine: Irlanda, 2009
Origine: Irlanda, 2009
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