"Fratelli per la pelle", di Peter e Bobby Farrelly
E' un cinema che mastica la vita di tutti i giorni, cantando l'epopea muta e fisica di corpi sbagliati nel punto sbagliato, oppure di corpi congiunti che in quest'ultima immensa opera reclamano visibilità e partecipazione. Non è un caso che il film dei Farrelly nasca sin da subito come uno dei mèlo più straordinari e lancinanti della stagione

Il cinema dei Farrelly non smette di sconcertare. Per sconcerto intendiamo turbamento, spiazzamento, stupore, ma rimaniamo nell'approssimazione. In realtà vorremmo dire forse godimento totale e inaspettato, violento e disperato, ed è il minimo che si possa scrivere per un cinema che ci si offre anzitutto come corpo d'amore. Ecco, il cinema dei Farrelly è un ammasso di membra stravolte, un caledoscopio umano e tenerissimo di epidermidi staccate da ogni centro, un pensiero di pura e contagiosa follia che ci cattura lo stomaco, rapendoci come astrazione che azzera ogni farneticazione del reale. Il loro corpo ama non amato, distrugge sì certo, ma per rifondare le nostre emozioni, frullandole con un sovvertimento totale di ogni punto di vista. Il loro è un amore che pratica la svista, il fraintendimento, mai l'abiura o la rinuncia. E' un cinema che mastica la vita di tutti i giorni, cantando l'epopea muta e fisica di corpi sbagliati nel punto sbagliato, oppure di corpi congiunti che in quest'ultimo immenso Fratelli per la pelle reclamano visibilità e partecipazione. Non è un caso che Fratelli per la pelle nasca sin da subito come uno dei mèlo più straordinari e lancinanti della stagione, ma soprattutto uno dei più classici. Sulla matrice narrativa che rifà una delle situazioni tipo del cinema classico hollywoodiano (i due fratelli siamesi in trasferta ad Hollywood per coronare il sogno di uno di loro di diventare attore), i Farrelly tessono la malinconica rete di uno sguardo che stringe i due protagonisti in una dimensione evocativa di una precisa realtà (quella del sottobosco di aspiranti attori nella mecca del cinema), per poi franare in un universo dichiaratamente anormale, un carosello deformante e struggente di scampoli emozionali in cerca di un'espressione sempre abortita. Il mèlo è tutto racchiuso nel doppio corpo Damon/Kinnear, nel loro sguardo inevitabilmente scisso e poi coincidente, nella deflagrazione grottesca di un senso raddoppiato che moltiplica continuamente il campo visivo, e ancora nell'impossibilità di dire il reale, così come il racconto e il cinema. Se il Jack Black di Amore a prima svista (ci) impone uno sguardo che frammenta il corpo della donna amata, elevandolo a miriade di punti di luce belli e impossibili, Damon/Kinnear decretano la fine di ogni percezione singola, si danno letteralmente al mondo in coppia, guardandolo e vivendolo come crepuscolo di corpi costituiti, perché il loro è uno sguardo che brucia le viscere e seziona ogni apparenza con una chirurgia confusa e fantastica, casinara e traballante. L'incisione avviene però sempre in superficie, nel rimascheramento continuo di pelle, di make-up, di levigatezza, all'insegna di un cinema che riscrive i corpi nelle geometrie sballate e frenetiche di una poesia irriconciliata e fremente.
Titolo originale: Stuck On You
Regia: Peter e Bobby Farrelly
Sceneggiatura: Bobby Farrelly, Peter Farrelly
Fotografia: Daniel Mindel
Montaggio: Christopher Greenbury, Dave Terman
Musiche: Michael Andrews, Tom Wolfe, Manish Raval
Scenografia: Sydney J. Bartholomew JR.
Costumi: Deena Apple
Interpreti: Matt Damon (Bob Tenor), Greg Kinnear (Walt Tenor), Eva Mendes (April), Cher (se stessa), Wen Yann Shih (May), Pat Crawford Brown (Mimmy), Ray "Rocket" Valliere (Rocket), Griffin Dunne (se stesso)
Produzione: Twentieth Century Fox, Conundrum Entertainment
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 118'
Origine: Usa, 2003
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