SPECIALE "50 volte il primo bacio" - La fuga dalla finitezza
Il mito dell'araba fenice rivive nel corpo di quella che rimarrà sempre la dolcissima Gertie di "E.T." e l'urlante Casey dei folgoranti 10 minuti primi di "Scream". Drew Barrymore infilza il 3° centro della sua carriera con la Lucy di Seagal, che riavvolge ogni mattina il nastro della sua vita grazie allo sciupafemmine convertito Henry/Adam Sandler
Il mito dell'araba fenice rivive nel corpo di quella che rimarrà sempre la dolcissima Gertie di E.T. e l'urlante Casey dei folgoranti 10 minuti primi di Scream. Drew Barrymore infilza il 3° centro della sua carriera con la Lucy di Segal, che riavvolge ogni mattina il nastro della sua vita grazie allo sciupafemmine convertito Henry/Adam Sandler. Melò diversamente straordinario ma altrettanto e forse ancor più lancinante del sublime Fratelli per la pelle dei fratelli Farrelly. 50 volte il primo bacio è una visione liberatoria in virtù della sua stessa costrittività narrativa ed emozionale che logorando sguardo, mente e cuore di chi è seduto in poltrona lo spossa fertilmente, parlandogli da un'angolazione che lavora sul tempo similmente al Ramis di Ricomincio da capo, ma se la reprise E' già ieri di Manfredonia isteriliva le potenzialità del soggetto, il film di Segal si affianca alla qualità dell'originale indagando con apparente svagatezza le responsabilità dell'amore di coppia, la potenza di sovrumana naturalezza dell'amore paterno e fraterno e sopra tutto l'amore per la vita che ci tiene incollati, nonostante tutto (compresi noi stessi), a questa terra così ostile e così accogliente dalla quale non ci stanchiamo mai di farci ospitare. L'ambientazione del film sembra voler rimarcare che neanche su una splendida isola hawaiiana dove il dolce, riposante dondolìo del clima vacanziero sembra regnare incontrastato su turisti e gente del posto, l'uomo può sfuggire alla sua finitezza, alla sua fragilità così immensa e commovente: del resto i risvegli didattici-traumatici di Lucy/Drew sono così diversi da quelli che ci si parano dinanzi ogni volta che apriamo gli occhi e iniziamo una nuova giornata? Non siamo sempre protagonisti di un'esistenza da ricostruire da zero, che ci rema contro e ci regala qualcosa talvolta anche di speciale lasciandocene solo il ricordo il giorno dopo, che per Lucy/Drew è quello artificiale, dal sapore inquietantemente fictionale della registrazione video della propria vita-pantha rei dove tutto scorre per tornare sempre allo stesso punto, contravvenendo al divenire eracliteo che "nello stesso fiume non è possibile scendere due volte"? E alla preziosità ammantata di un'indefinibile, disturbante alone magico che si respira in questa pellicola contribuiscono il favoloso tricheco che, con la sua genuina spensieratezza, è un colpo d'ala prima che comico, strutturale capace d'innalzarci dall'angoscia quasi kafkiana che l'amore impossibile dei protagonisti soffia sulle nostre anime così come Tom "10 secondi" (Allen Covert) è uno straziante freaks che intenerisce e ti fa contorcere le budella con un riso crudele innaffiato da un pianto subdolo e profondo, rammentandoci che dobbiamo pensarci almeno 50 volte prima di sentenziare, ottusamente irremovibili, che siamo sempre i più sfortunati e Ula (un Rob Schneider da applauso), il lewisiano amico di Henry il cui occhio buono è quello che sembra di vetro. Se qualcuno cercava il perno metaforico del film con lui l'ha trovato.
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