"Gli attori sono lo spirito del film: il mio ruolo era quello di osservatore." Incontro con Saverio Costanzo.

Pardo d'oro al festival di Locarno, "Private" si basa su una storia vera e narra la convivenza forzata tra militari israeliani e una famiglia palestinese. Ce ne parla il regista con i protagonisti Mohammed Bakri e Tommer Russo.

Il cast è composto da attori di primissimo piano palestinesi e israeliani. Fatto quasi unico, non accadeva dall'inizio della seconda Intifada. Il film racconta non il lato politico della vicenda ma il versante quotidiano privato, intimo.

                                               

L'uscita coincide con la nomina in Medio Oriente di Abu Mazen.  E' un film che rispecchia un'opinione politica?

 

Saverio Costanzo: In realtà non ho opinioni politiche così capaci verso il Medio Oriente. Mi sono fatto guidare nel film soprattutto dal parere degli attori che vivono quotidianamente la situazione politica palestinese e israeliana. Abu Mazen intende fare un'Intifada pacifica e Mohammed Bakri ad esempio trovava una analogia con il film. A questo punto ritengo che Abu Mazen sia una delle scelte migliori.

 

Mohammed Bakri: E' in effetti quel che penso. Come padre palestinese sono felice delle elezioni perché siamo tutti stanchi del sangue, il tempo delle guerre è passato. Nutro la grande speranza che Abu Mazen ed il governo israeliano possano arrivare ad una soluzione finale all'occupazione. Troppe persone sono morte e troppe famiglie hanno perso la casa. Private per me rappresenta il grido di invocazione che si fermino questi omicidi, queste umiliazioni.

 

Quanto ha a che fare questo film con la psicologia del "Grande fratello", il potere esercitato con il guardare?

 

Saverio Costanzo: Io ho sempre lavorato nel settore dei documentari di osservazione, quindi con il linguaggio del "Grande fratello" inteso come scorrimento della realtà. Ci può essere in questo una analogia con il mio film, ma non sotto l'aspetto della cannibalizzazione della realtà.

Che difficoltà ci sono state per raggiungere il senso di responsabilità ed equilibrio tra "buoni" e "cattivi"?

 

Tomer Russo: E' proprio la mia professione di attore a farmi sentire la responsabilità di poter fare qualcosa per la mia popolazione. Quando ho letto il copione ho capito che come essere umani si può certamente fare qualcosa per mantenere un equilibrio. Come attore voglio far vedere che le persone soffrono ma che c'è anche un contatto tra gli esseri umani. Faccio la mia parte che voglio che il resto del mondo veda.

 

Mohammed Bakri:  Credo che esiste una grande umanità e un grande amore che protegge la nostra responsabilità di attori. Se palestinesi e israeliani fossero come me e Tommer Russo tutto sarebbe risolto, e gli europei non dovrebbero aver paura di sentirsi antisemiti quando cercano di esser obiettivi.

 

La situazione nei Territori occupati non permetteva di girare il film sul luogo, si è scelto di ricostruire il tutto in Calabria: come hanno contribuito gli attori alla realizzazione del film?

 

Saverio Costanzo: Gli attori sono lo spirito del film: il mio ruolo era quello di osservatore. Non solo nella sceneggiatura ma gli attori hanno collaborato anche alla creazione degli stessi personaggi mettendo il loro vissuto in quello che dicevano e nel modo in cui recitavano. Si è tentato il percorso dello psicodramma con la macchina da presa di fronte e la recitazione libera nella forma, nello spirito, nel gesto, dove ognuno dava delle suggestioni. Su tutto c'era un controllo come da arbitri, ma non un intervento registico determinante.

 

Tommer Russo: Ho passato tre anni nell'esercito facendo ciò che avete visto nei territori occupati, quindi ho portato la mia esperienza nel copione. Ci sono state discussioni su alcune riprese perché ogni giorno nella realtà ci sono reazioni diverse alle vicende, soldati molto violenti e soldati molto pacifici. Io sono stato me stesso, ed ho portato ciò che era veramente accaduto.

 

Mohammed Bakri: Credevo molto nella sceneggiatura quando l'ho letta, ma poi girando ho iniziato a temere che noi palestinesi sembravamo troppo vittime. Tutti però abbiamo cercato di fare del nostro meglio mettendo nella recitazione qualcosa per cercare di conquistare l'empatia del pubblico. Ma bisogna ricordare anche che questo film non è un documentario: pur essendo basato su una storia vera è comunque una fiction. Noi come attori abbiamo cercato di dire con il film che siamo contrari all'occupazione.

 

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