"36 Quai des Orfèvres", di Oliver Marchal
Una perizia ambientale di alto livello che colpisce per la conoscenza, maturata negli anni di servizio, di codici non scritti, spirito di corpo, meccanismi ricattatori, rapporti con informatori, veleni e vendette tra colleghi. E un'ansia disturbante nel rincorrere l'omaggio, che ostacola lo svolgimento di un lògos vissuto come fondante
Non creda il buon Olivier Marchal di poter contare esclusivamente sul ricco serbatoio di materia cinetica che il suo curriculum vitae mette a disposizione. Ha e abbiamo mai riflettuto abbastanza sulla quantità smisurata di personaggi e plot polizieschi filmata nella storia del cinema a scapito di vite, uomini e professioni dotati di minor appeal? "Per scrivere il soggetto di un buon poliziesco non occorre inventarsi chissà che, basta invitare un flic della giudiziaria a bere una birra e lasciarlo parlare. Avrete dieci, cento, mille storie che aspettano solo di essere raccontate" (O. M.). Sarebbe la fine del cinema come intuizione, immaginazione, magnifica falsificazione e l'approdo ad un corporativismo postfascista di maniera per cui ex-poliziotti non debbano più fungere da consulenti eventuali ma abbiano un'aura di credibilità a prescindere come autori. Non si vuole sminuire il sincero trasporto che il regista evidenzia nel trattare vicende e personaggi condivisi. Noi amiamo approcci rosselliniani, l'onanistica coazione a ripetere in cui l'elemento umano ne derivi di conseguenza ed inopportuni entusiasmi vitalistici scompaiano a favore di aneliti dell'inorganico inesprimibile. Non si possono quindi evitare i distinguo dinanzi ad una duplicità fin troppo esibita. Una perizia ambientale di alto livello che colpisce per la conoscenza, maturata negli anni di servizio, di codici non scritti, spirito di corpo, meccanismi ricattatori, rapporti con informatori, veleni e vendette tra colleghi. E un'ansia disturbante nel rincorrere l'omaggio, che ostacola lo svolgimento di un lògos vissuto come fondante. Si ricorda l'ex poliziotto Dominique Loiseau,che ha collaborato alla sceneggiatura, accusato e incarcerato ingiustamente per corruzione. Si ricordano operazioni condotte per sgominare una banda di criminali che prendono pieghe drammatiche a causa del protagonismo del capo della BRB (Squadra Investigativa e di Pronto Intervento), in competizione con il capo della BRI (Squadra anticrimine). Si ricordano campagne denigratorie di una delle più prestigiose squadre del 36 Quai des Orfèvres, sede storica della Polizia Giudiziaria di Parigi. Si ricorda questo o quel poliziotto, rintracciabile nelle interviste dell'autore o nei volti e le affermazioni scolpite dei protagonisti, che nel loro riferirsi ad un modo di lavorare d'altri tempi tentano il collegamento alla tradizione del polar. Si rincorre il dualismo di Heat ma il gigantismo delle due icone francesi, omaggiati da primi piani quasi leoniani, non riesce a contrastare lo scarso approfondimento dei loro vissuti, evidente nel vacuo incremento di rivalità incarnato da Valeria Golino, né a favorire il virulento manicheismo di Marchal, che finisce per stemperarsi involontariamente in una dimensione di predestinazione maligna, sommersa nei rivoli di ogni inquadratura dove ad ogni mossa c'è in agguato lo spettro del crollo, della condanna, dell'inevitabile abbraccio del Male.
Un passo avanti sul piano produttivo e un passo indietro sul piano artistico. L'intimismo e la parsimonia del precedente Gangsters si fa infatti rimpiangere. Lì infatti la promiscuità malsana con la malavita si uniformava bene ad un gioco audiovisivo di split che incastravano un passato ed un presente che portasse alla verità. E lontano dalle movenze ottocentesche di un film che sembra contagiato dalla burocrazia che intende condannare.
Titolo originale: Quai des Orfevres
Regia: Olivier Marchal
Interpreti: Daniel Auteil, Gérard Depardieu André Dussolier, Roschdy Zem, Valeria Golino, Daniel Duval
Distribuzione: Medusa
Durata: 110'
Origine: Francia, 2004
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