SCONFINAMENTI - Il risveglio dell'esistenza (ritorno su "Lady in the Water")

E poi si è lì con lo sguardo fisso, assenti e assorti nel silenzio, mentre tutt'intorno un rumorio indistinto e incomprensibile: l'annaspare intimo dell'esistenza che chiede di essere compresa, afferrata, toccata e non solamente ascoltata, come nel cinema di Shyamalan che filma il risveglio dell'esistenza attraverso la lacerazione del vivere

E poi ci si scopre soli e come sospesi nella malinconia di un tempo che sembra non muoversi più... E scopriamo di aver creato intorno a noi una cinta di mura, un'altissima siepe, una sottile linea gialla, dentro la quale conservare ricordi e affetti, illudendoci di preservarli dal dolore e dalla morte; fuori la vita continua ma all'interno si è arrestata nell'istante in cui si è lacerata. E siamo presenti ad essa eppure talvolta scegliamo di esserle distanti, perché, se ci esponessimo alla libertà del vivere, finiremmo per esporci alla necessità dell'essere nudi, di essere i nudi testimoni di una fragilità che appartiene al nostro essere uomini. La vita. Così lontana. Pur così vicina. Quella vita fatta di risposte imprevedibili a domande inevitabili; quella vita volta alla continua ricerca di una presenza subito perduta ma che conserva le tracce, tangibili ed evidenti, di ciò che non cessa di parlarci del nostro essere al mondo.

E poi si è lì con lo sguardo perso a fissare chissà cosa, assenti e assorti nel silenzio, mentre tutt'intorno un rumorio indistinto e incomprensibile: l'annaspare intimo dell'esistenza che chiede di essere compresa, afferrata, toccata e non solamente ascoltata (forse qui vedere è meglio che ascoltare...), anche se ciò dovesse richiedere tempo e, soprattutto, la riconquistata fiducia nella certezza dell'essere, la rinnovata speranza nel senso del vivere, l'agognato desiderio di ritrovare una ragione a tutto ciò che ci circonda. Forse la sola forma ammissibile di partecipazione all'esistenza è quella che meglio riconosce le distanze, quella capace di non essere troppo vicino, altrimenti il rumore tornerebbe a farsi assordante e il senso di quella distanza a colmarsi di una vanità che distrae; forse bisognerebbe appropriarsi con discrezione, a piccoli passi, di quella sfera di sentimenti estranea, eppur familiare, che si rimesta nell'intrico del vivere, agonizzante nell'indifferenza, precaria, quando ci si scopre sofferenti e feriti: riconoscersi parte responsabile di un disegno di cui poco importa sapere l'origine.

E poi si ritorna nel mondo, alla morte, al dolore, alla lotta, alla colpa, all'amore, alla fede, al desiderio, al risveglio dell'esistenza attraverso di esse, a quella "corrispondenza d'amorosi sensi" che fa di tutto ciò che esiste un co-esistere, un intreccio di sguardi e di mani, di corpi che si sorreggono e di fantasie che (si) completano, allora ci si scopre nel (villaggio del) mondo non più soli ma appartenenti allo stesso essere dove "ciascuno attinge all'altro, prende o sopravanza sull'altro, si incrocia con l'altro, è in chiasma con l'altro" (Merleau-Ponty), dove toccare è toccarsi, vedere è vedersi, sognare è sognarsi, in cui la polpa del sensibile non è altro che l'unione dell'interno e dell'esterno.

Proprio come accade nel cinema di M. Night Shyamalan che continua a filmare il risveglio dell'esistenza attraverso la lacerazione del vivere, come nella struggente sequenza di Lady in the water in cui Cleveland guarisce le ferite di Story riportando alla luce le sue, perchè il guaritore è egli stesso portatore di ferita, così il dolore assume un senso sconosciuto perché radicato nell'assoluto del vivere. Una sequenza in cui Shyamalan sembra aver dato forma alla riflessione di Jaspers: "Ora, per cercare l'espressione trascendente, basta pensare che quando vedo soffrire gli altri è come se questi soffrissero in vece mia, è come se si richiedesse all'esistenza di sopportare il dolore del mondo come se fosse il proprio".

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