"Siamo in deserto e volete lettere da noi?" *

Leggendo lo sconfinamento di Federico Chiacchiari "Apocalypto, now..." ci accorgiamo quanto una riflessione di questo tipo oggi ci riguarda da vicino e ci sprona a fare i conti con ciò di cui pesiamo reggere le briglie, ossia l'immaginario, e con esso l'immagine stessa che come un moderno "velo di Maya" occorre invece lacerare

Leggendo lo sconfinamento di Federico Chiacchiari "Apocalypto, now..." ci accorgiamo quanto una riflessione di questo tipo oggi ci riguarda da vicino e ci sprona a fare i conti con ciò di cui pesiamo reggere le briglie, ossia l'immaginario, e con esso l'immagine stessa che come un moderno velo di Maya occorre invece lacerare. Non per la presuntiva affermazione di essere gli spettatori privilegiati che aiutano gli altri a poter vedere meglio al di là del mondo della rappresentazione in cui siamo immersi, ma per disporsi insieme con gli altri ad accogliere lo scandalo della rivelazione, che l'immagine dovrebbe recare con sé. L'oltrepassamento di quella sottile linea gialla, che per alcuni (o per i più...) rappresenta una sorta di Témenos (il recinto sacro) costruito ad arte per l'arte.

Non è un caso che il nostro direttore nel suo articolo abbia richiamato in causa The village, perché, spesso, fuori (dalle immagini) c'è il mondo la cui visione ci è preclusa (la cecità di Ivy), mentre dentro c'è il rassicurante mondo che riconosciamo, anche solo al tatto (non abbiamo più bisogno della vista o di tutti i sensi insieme per sincerarci delle cose e degli altri che ci circondano...). Se qui il témenos fosse stato solo il "campo a parte" di "una società quacchera senza chiese, senza pastori, senza Dio", il senso si sarebbe ridotto all'illusione di un disagio esistenziale, invece in questo meraviglioso apologo sulla verità, lo scarto non è rappresentato dalla comparsa del mondo a noi contemporaneo che fa da corollario a quello del villaggio (l'immaginario che nasconde il reale fino a prova contraria...), ma dal sacrificio cui la verità sottopone l'immaginario. Vogliamo qui ricordare la sequenza in cui le creature del bosco entrano nel villaggio: le porte delle case sono macchiate di rosso, perché l'evangelico angelo della morte guardi e passi oltre. Questo film in cui lo stesso Shayamalan evita di farsi vedere se non riflesso è un film in cui si gioca al nascondimento, paradossalmente e appassionatamente, per aiutarci a vedere di più.

In questa riflessione Shayamalan mi sembra essere stato preceduto solo da Friedkin e dal suo The hunted - La preda, qui il sacrificio si compie letteralmente, infatti il mimetismo di ciò che l'occhio (in)segue smargina, va oltre l'immagine, nel suo statuto compositivo (come il lupo bianco che si confonde con il biancore della neve nel finale del film).

Non ci sembra neppure un caso che nell'ultimo suo film Shayamalan accetti di essere tra i suoi personaggi nelle vesti dello scrittore/creatore, non certo per sollecitare la sensibilità ermeneutica a scoprire (decostruire...) gli ingranaggi del tessuto narrativo/creativo, ma per dichiarare che la verità è nella nudità dell'immagine, nella sua esposizione, nel paradosso, ci verrebbe da dire, cristologico, del sacrificio come necessità della rivelazione (l'immagine dell'uomo-Cristo visibile a tutti nella morte...): Cleveland è il guaritore, ma può realmente guarire solo quando si scopre, come abbiamo scritto altrove - "Il risveglio dell'esistenza", egli stesso portatore di ferita.

Una riflessione di questo tipo è stimolata anche da Flags of our father, in esso la verità (e con essa la realtà...) si rivela dopo che l'immaginario (o detto con Ford la leggenda...) è stato raccontato, così Eastwood, ancora con Ford, dimostra l'impossibilità di bruciarla, perché essa trafigga (ha già trafitto...) i nostri occhi (le fotografie che scorrono sui titoli di coda, così come l'ultimo saluto di Clint alla vera Iwo Jima, rivelano ancora l'impossibilità di consumare la verità/realtà nel nero encausto di una dissolvenza); né mi sembra un caso che la riflessione eastwoodiana sia speculare a quella di Steven Spielberg in Munich, un'anima divisa a metà tra Sentieri selvaggi e Liberty Valance, da un lato in quella impossibilità di Avner di ritornare a casa dopo aver attraversato il mondo messo in scena per lui (nell'attesa della morte, del sacrificio della propria immagine, la sola cosa che potrebbe riportarlo a casa... Le ultime parole di Avner "Spezza il pane con me" esprimono il suo doloroso isolamento), dall'altro nella consapevolezza di essere l'immagine (o l'immaginario) da attraversare per poter rientrare nel mondo.

Ora Apocalypto derealizza questo processo nel dibattere in modo tanto sociologico intorno alla crudezza delle sue immagini, forse non si poteva fare altrimenti, perché Mel Gibson non ha la forza di Shayamalan, Eastwood e Spielberg.

Ora rileggendo e ripensando all'articolo di Federico, che si conclude con le parole con cui Brando/Kurtz muore ("L'orrore, l'orrore...")  ci ritorna alla mente l'apocalisse di F. F. Coppola, più che il film, il lavoro sulla fotografia compiuto da Vittorio Storaro, quei colori densi, pastosi che si sovrappongono alla luce naturale e al colore della foresta asiatica: metafora di una civiltà che si sovrappone ad un'altra, ma soprattutto l'immagine che sovrapponendosi al reale gli permette di realizzarsi.

E' solo rivelando se stessa che l'immagine può essere realmente sacrificata... 

* Verso di Annibal Caro posto in epigrafe da Giorgio Caproni alla sua raccolta di poesie "Il muro della terra"

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