Rocky Balboa, vecchia america...
Rocky Balboa è il racconto di un fantasma che sogna per l'ultima volta la sua carne. Una figura autunnale un ex million dollar baby che scompare come un revenant, che giorno dopo giorno dialoga con le ombre e la morte. Ma il mondo, il suo, il nostro, non scompare. Un'articolo di Giona A. Nazzaro, anticipazione dall'ultimo numero di "Rumore"

Il miglior cinema del mondo lo fanno gli anziani. O i sopravvissuti. E cosa può fare un sopravvissuto anziano? Uno di quelli che portano le cicatrici sulla faccia e sull'anima come medaglie al valore ma fanno finta di niente. Quelli che ancora sono in piedi quando tutti gli altri hanno battuto in ritirata. Rocky Balboa è un film americano. Di quelli che si facevano una volta. Un film di quartiere. Di quelli che si proiettavano nei cinema di quartiere prima dell'avvento della tv commerciale. Ma che dentro di sé ha mondi scomparsi o che stanno per scomparire per sempre (o forse sono già scomparsi). Con il sesto capitolo della sua irriducibile saga pugilistica, Sly realizza probabilmente il suo film migliore. E se non lo è (come se la cosa potesse avere qualche valore ai fini del nostro piacere...), indubbiamente quello più sentito e sofferto. Rocky Balboa si presenta da subito come una figura autunnale. Un Nathan Brittles (il personaggio di Wayne ne I cavalieri del Nord Ovest) del ring. Che giorno dopo giorno dialoga con le ombre e la morte. Ma il mondo, il suo, il nostro, non scompare. Osservate con attenzione gli squarci di vero catturati dal direttore della fotografia nelle scene al mercato. Quando è stato l'ultima che il cinema americano ha colto ambienti e facce simili? Sly sta lì, in mezzo alle cose e quasi fai fatica a distinguerlo. Perché lui è quelle cose. Tutto qui. E come in Un uomo da vendere di Frank Capra (un altro clamoroso film autunnale il cui tema High Hopes cantato da Frank Sinatra accompagna Rocky per l'ultima volta sul ring...), la nostalgia diventa semplicemente il segno di come continuare a stare nel mondo giorno dopo giorno. Ex million dollar baby, Rocky scompare infine come un revenant dimostrando una comprensione sconcertante della poetica eastwoodiana. Rocky Balboa è il racconto di un fantasma che sogna per l'ultima volta la sua carne. Quella stessa carne che vive nei corpi di coloro che lo hanno amato come segno di una gioiosa ripetizione infinita sui titoli di coda.
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