SCONFINAMENTI - "Encounters at the End of the World", di Werner Herzog (Usa, 2007)

 Altro viaggio estremo del cinema di Herzog, giunto sull’isola di Ross, fantomatico punto zero sulla crosta terrestre. Ma cosa spinge degli essere umani al Polo? Cosa li spinge sui bordi della terra, ai limiti della fine del mondo? E’ questo che si è chiesto Werner Herzog, giungendo in questo campo base. Ci sono momenti unici in questo film sublime (rovinato purtroppo da una scelta musicale davvero fuori luogo, che appesantisce e rende “grave” il tutto). Un piccolo difetto che non cancellerà certamente lo stupore di essere stati catapultati di fronte alla vita dispiegata sui bordi della terra

Sull’isola di Ross ci sia arriva in aereo, planando su una pista di ghiaccio che ha uno spessore di alcuni metri. Così Werner Herzog è giunto nei pressi di quel fantomatico punto zero sulla crosta terrestre, il Polo Sud; non come Shackleton, che si arenò nel ghiaccio con la sua nave, mancando il 90° parallelo di sole 100 miglia (magnetico il footage dell’epoca inserito nel film). 90° parallelo: il punto esatto dove campeggiano alcune bandiere: quella danese, prima di tutto e poi quella inglese (altre seguiranno). Il danese Amundsen vi è giunto, trainato da cani Husky nel dicembre del 1911. Sir Robert Falcon Scott, vi approda un mese dopo. Non farà più ritorno alla base. Del suo viaggio, della sua impresa, resteranno solo alcuni scatti impressionati da una macchina fotografica. Dei diari. Sono gli ultimi scampoli di avventura, legati al XX° secolo (gli interessati all’argomento possono leggere uno dei più bei libri italiani del 2007: Ultimo parallelo, di Filippo Tuena, pubblicato da Rizzoli).

Ma cosa spinge degli essere umani al Polo? Cosa li spinge sui bordi della terra, ai limiti della fine del mondo? E’ questo che si è chiesto Werner Herzog, giungendo in questo campo base, provvisto di sala per praticare yoga, più un uditorio per alcolisti anonimi. Il campo è una delusione, simile a una miniera: vi campeggia la struttura che nel 1911 aveva accolto Scott e la sua truppa. Nelle aree di osservazione, distanti dal campo base, le cose cambiano. Ci sono scienziati, ex filosofi, linguisti: le persone che Herzog incontra sono veri e propri outcast, spiantati, gente che ha deciso di mollare tutto e di lasciarsi avvolgere dal biancore del ghiaccio. Alcuni di questi sono ipotetici fratelli di Timothy Treadwell (Grizzly Man), come il laconico studioso di pinguini, come la giovane donna che ha guidato camion in Africa e ha viaggiato nel Sud America su un mezzo che trasportava tubature fognarie. C’è poi un idraulico di origini indiane e maya, un conduttore di autobus, ex filosofo, fuggito prima in Guatemala. C’è l’amico musicista, Henri Kaiser, nonché sommozzatore (sue le magnifiche riprese subacquee), c’è chi resta affascinato dal movimento invisibile dei ghiacci e chi osserva quello all’interno della bocca di un vulcano, chi studia i neutrini e cerca di catturare queste minuscole particelle.  

Questa parata di ghiaccio, i suoni inauditi emessi da specie che vivono sott’acqua, i colori riflessi nelle grotte azzurrine, quelli riverberati dall’universo subacqueo, il terribile vento; oppure: un pinguino che si allontana enigmaticamente verso l’interno, verso i monti, verso morte certa. Ci sono momenti unici in questo film sublime (rovinato purtroppo da una scelta musicale davvero fuori luogo, che appesantisce e rende “grave” il tutto). Un piccolo difetto (che si ripete spesso nei film di Herzog) che non cancellerà certamente lo stupore di essere stati catapultati di fronte alla vita dispiegata sui bordi della terra. Biancore neutro e inesorabile di questo oceano di ghiaccio.    

 

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