SCONFINAMENTI - Cinema che ha bisogno di un gesto e di un pensiero
Ciò che colpisce in un cinema che ha bisogno di un gesto e di un pensiero è l’intimità di una percezione raggrumata in una cellula di sensazioni e stati d’animo, espressione alta della fantasia che si fa amore per chiarire la certezza dell’essere nella contemplazione delle cose, nelle immagini e nei pensieri; un cinema capace di porre al confine con se stessi, che faccia, così poi sempre, della sostanza dell’immagine un intreccio di vicino e lontano
E poi si aprono gli occhi. E si crede di vedere il mondo ma è solo un’altra immagine chiusa attorno alla quale riposa la nostra noia, la nostra malinconia. Quante volte si è fatta strada in noi l’illusione piacevole e pur molesta di aver trovato qualcosa senza averla cercata: presuntiva tensione illusoria che ci allontana dalla riva del mondo, deriva di un atto di solitudine ammantato dalla pretesa di riconoscersi parte delle cose del mondo. Servirebbe piuttosto un gesto che sia come una scure per il mare gelato dentro di noi a scuoterci; un gesto disarmante per la sua capacità di costringere a guardarci dentro con disagio, a chiedere conversioni. Qualcosa che richiami l’attenzione a prendersi cura di ciò che si presenta dinanzi ai nostri occhi; un gesto di semplicità assoluta che ci ponga davanti quell’esteriorità che coi sensi vediamo, tocchiamo, udiamo, e che solo grazie al suo essere altro possiamo comprendere. Un gesto … Ripenso qui alla mano del santo della Pietà di Tiziano che risalta così viva sulla monocromia fredda del marmo della statua alle sue spalle. Quella mano alzata e tesa verso di noi, che ci invita a fermare lo sguardo, a entrare dentro, ad essere compassionevoli, ad ascoltare il respiro della vita che circola esterrefatta dietro il muro del sonno. Una macchia viva di colore: segno la cui tonalità affettiva è la scheggia di un animo dall’originario sapore esistenziale, che a distanza di tanti anni ritorna dalla friabilità della tela alla friabilità della pellicola e insieme allo sfarfallio dell’occhio per essere (ancora…) “ascoltata”. Il gesto di Mouchette, nel film omonimo di Robert Bresson, quella mano alzata contro l’indifferenza, gesto che per un istante taglia l’aria, scuote la luce, falcia le più consolidate certezze su cosa lasciare che ci debba appartenere, a cosa volgere l’apprensione dello sguardo. Gesto che invita a posarci nel nostro continuo volgere intorno al cuore nero dell’esistenza, penetrando la sfera della vita catturata da esso. Ecco forse perché questo gesto mi sembra indimenticabile e pronto a offrirsi ancora con una
bellezza lancinante e incantevole: il gesto di Frannie/Meg Ryan in In the cut di Jane Campion, la sua mano alzata lungo la strada, il chiarore della carne che lacera il fondo oscuro della notte che l’avvolge, ci invita a raccogliere un intero mondo fatto di colpa, dolore, morte, lotta, amore, fede, desiderio … Una vibrazione appassionata che si avverte nelle immagini, nell’incontro che in esse disegna la trama dell’alterità dell’esistenza: nella parte finale di The hole – Il buco di Tsai Ming-Liang una mano si tende a raccogliere l’altro, a sollevarlo verso di sé. Compiutezza di un gesto. Semplicità di un gesto che è presenza e poesia per chi voglia comprenderlo. Un movimento stupendo che torna a conquistare il mondo reincantandolo: “Se in questo angolo mi volesse confinare / la morte, allora oserei ancora per quel niente / che può, un movimento, l’unico vero / che posso, per farlo sembrare vita”*, lo sa bene Robert Zemeckis che ha dipinto “col sangue” un’altra mano tesa verso di noi, una mano che assume le fattezze di un “volto” (quello di Wilson in Cast Away), per dirci dell’importanza di ciò che si guarda e ci riguarda, di ciò che ci coinvolge (la ricerca di un originario rapporto con l’esistente cui Zemeckis costringe amorevolmente il suo Robinson ha in sé un sapore rosselliniano). Ciò che colpisce in questo cinema che ha bisogno di un gesto e di un pensiero (l’invito a cercare anche altrove: Nick Ray, John Ford, James Lee Brooks, Terrence Malick …) è l’intimità di una percezione raggrumata in una cellula di sensazioni e stati d’animo, espressione alta della fantasia che si fa amore per chiarire la certezza dell’essere nella contemplazione delle cose, nelle immagini e nei pensieri (parafrasando Karl Jaspers ovviamente …); un cinema capace di porre al confine con se stessi, che faccia, così poi sempre, dell’essenza dell’immagine un intreccio di vicino e lontano.
* Dino Azzalin, Prove di memoria, Crocetti Editore, Milano 2006.
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