Pochi poveri...
“… Però, ecco, a Taormina ci stanno, almeno dove sto io nell'albergo, pochi poveri…”. Magari la povertà soverchiasse la miseria, ormai sempre più galoppante. I poveri cooperano, hanno anche tanto tempo libero, sono ragionevolmente razionali, adorano il bello e non sono ossessionati dall’efficiente, riutilizzano e non sprecano, recuperano gli scarti e decrescono felicemente… domenica, dopo aver votato, qualcuno sarà andato al cinema per Tutta la vita davanti e... per Non pensarci
"M'hanno messo in un albergo stupendo, cioè tutta gente... aggio visto gente stranissima. Però, ecco, a Taormina ci stanno, almeno dove sto io nell'albergo, pochi poveri. No, veramente. Non lo so, non lo so. Veramente è stata 'na cosa che m'ha colpito pecché aggio visto tutta gente accussì....Ho detto: <>. No pecché è strano 'stu fatto che i poveri...è vero? Pò se lamentano sempre però i poveri. Io tengo 'na zia mia che è povera, cioè pure 'nu zio...e 'nu cugino, cioè è 'nu poco povera come famiglia, però...e se lamenta sempre mia zia, tene sette figli e se lamenta: <> è colpa dei poveri no? Pecché non pigli i sette figli e te ne vieni 'nu mese a Taormina? E poi vedi se ti diverti o no. Pecché i poveri stanno sempre llà che nun vanno mai a nisciuna parte. Che poi i ricchi si offendono, no? Dentro all'albergo aggio visto due ricchi che proprio steveno chiagnendo, parlavano tra di loro e dicevano...". (Parole di Massimo Troisi, dopo aver ritirato un premio al Festival di Taormina per Ricomincio da tre).
Bisognava far trascorrere qualche giorno per poterci ritornare. Da ogni parte sembra che il nostro Paese abbia finalmente svoltato, abbia finalmente trovato il suo assetto naturale e definitivo. Non importa (forse) chi governi, l’importante è non avere tra i piedi chi non governa, l’importante è sentirsi a casa propria e decidere chi invitare e se invitare. Sarebbe bello, però, poter credere, al di la delle personali tendenze (oggi comandano le “tendenze”, di posizioni non se ne parla: troppo statiche, poco flessibili, per niente raccomandabili…), che il Paese si appresta a svoltare, a conoscere una volta per sempre il benessere della non curanza, quella magnifica condizione in cui rigetti ogni forma di responsabilità personale, perché sai di poter contare sulla politica. Allora perché è così difficile smettere di proclamarsi degli “antipolitica”, anziché degli “antipolitici” con tanto di nomi e cognomi (e alla faccia di chi ha sentenziato la morte del punto e virgola, perché rappresentante di una pausa più breve del punto, e quindi meno autoritario, ne piazzo uno, proprio adesso…); perché poi è ancora più difficile riconoscere la miseria dalla povertà? Preferiamo crederci più poveri e additare di questo smacco chi è stato “investito”, il governo delle tasse, piuttosto che riconoscersi “soltanto” più miseri, privi ormai della dignità di chi non ha vergogna di mostrarsi in difficoltà, con se stessi e con gli altri, oltre il conto in banca, più o meno inesistente, o più o meno incontenibile. Altro che poveri, magari la povertà soverchiasse la miseria, ormai sempre più galoppante. I poveri cooperano, hanno anche tanto tempo libero, sono ragionevolmente razionali, adorano il bello e non sono ossessionati dall’efficiente, riutilizzano e non sprecano, recuperano gli scarti e decrescono felicemente. Non ci sono più i poveri, sono in via di estinzione ormai, e a piangere la loro scomparsa sono proprio i “ricchi e (i) miseri”. È la stessa sensazione che sembra prevalere per le strade, dopo il voto di qualche giorno fa: la destra piange il suo nemico scomparso, più di quanto facciano gli stessi sconfitti. Questa Paese diviso, poteva, ancora una volta, ritrovarsi, ricongiungersi, in una felice quanto inconsapevole immersione nelle acque materne, tanto da riprodurre l’esperienza prenatale, quella che nessuno può ricordare ma alla quale certo non si può rinunciare a credere (chiedi al feto di Giuliano Ferrara).
Domenica, dopo aver votato, qualcuno sarà andato al cinema e avrà visto Tutta la vita davanti e, subito dopo, Non pensarci. Due film italiani, propedeutici nel titolo, il primo così così, il secondo bello, ma non è questo il punto. Credeva fosse semplice non pensarci con tutta la vita davanti, ma ritornando a casa a quel qualcuno è salita la cosiddetta “nevrosi domenicale” (roba da miseri), che si cura nei giorni feriali. La nevrosi, crescendo sempre più, lo ha fatto ricredere su alcune cose: e se la domenica fosse un giorno come gli altri sei. Dopo il voto, nel vuoto della propria coscienza, si è aperta la battaglia difficile per la distruzione della domenica, per l’eliminazione della nevrosi domenicale, l’abolizione del divertimento obbligatorio, che puntualmente si trasforma in angoscia, catastrofe. Il grottesco spinto a coprire quella deriva della denuncia sociale di Virzì e la convinzione che la vita non abbia più segreti di Zanasi, hanno reso più complicata la condizione di italiano che si sente quotidianamente (tranne la domenica) a piede libero, dunque in una condizione precaria e fragile. Forse non è ancora chiaro, fino in fondo, che gli “scomparsi” di domenica, ambivano, tra gli altri, soprattutto ad un obiettivo: far pagare le tasse e farle pagare care, perché più care sono e più si viene restituiti a se stessi. Pagare sempre rende il passo (e non solo) più leggero, si ha la sensazione di essere un evaso con i documenti in regola, un comunitario meravigliosamente felice, anche se, inesorabilmente più povero...
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