SCONFINAMENTI - L'incredibile Hulk, il re dei mostri
Attraverso un lavoro all’insegna dell’intelligente rielaborazione di modelli, la nuova incarnazione del Golia Verde creato dalla Marvel Comics intraprende un rapporto fecondo con la tradizione delle creature fantastiche del cinema e della letteratura, da Frankenstein ai duelli tra King Kong e Godzilla
Il nuovo corso delle pellicole ispirate ai celebri eroi della Marvel Comics, da più parti indicato come contrassegnato dalla stessa logica del cross-over (incontri di più personaggi provenienti da varie testate dello stesso editore) tipica del fumetto, dimostra di prediligere strutture narrative più esemplificate di quanto non accadesse con i primi esperimenti d’autore (Spiderman, X-Men) senza però far venire meno una notevole forza archetipica.
L’incredibile Hulk da questo punto di vista è un vero film-paradigma: costretto a prendere le distanze dal precedente e controverso capitolo di Ang Lee (che pure viene in parte reinglobato attraverso una struttura che ha la forma esatta del sequel), il film di Louis Leterrier assume una caratura quasi ipertestuale per come attinge in egual misura dalle “regole” codificate dal fumetto Marvel, dagli stilemi radicati nella memoria collettiva dalla serie televisiva del 1978 e più in generale dalla grande tradizione del cinema (e della letteratura) dei mostri: il personaggio in sé si presta a questi livelli di lettura multipli, essendo in fondo un archetipo che mescola in parte il mito di Jekyll & Hyde e quello di Frankenstein, per la natura prometeica dell’uomo che intende superare i limiti imposti dallo scorrere del tempo creando un superuomo, ma subendo invece una dannazione che ha il sapore del castigo per chi ha osato infrangere un limite.
Altri però, e non meno interessanti, sono i possibili riferimenti mettendo a confronto la storia del fantastico e la messinscena prediletta da Louis Leterrier: l’incontro tra Hulk e Betty Ross appare quindi una parafrasi del tenero rapporto che si stabiliva tra Ann Darrow e il gorilla gigante in King Kong (in particolare nell’ultima versione di Peter Jackson). Leterrier infatti riprende l’ossimoro fra la brutalità della creatura che domina lo spazio circostante accanendosi con veemenza contro la terra e le rocce, e la sua delicatezza nel proteggere la bella umana, che culmina poi nel momento in cui i due ammirano insieme il paesaggio. Sono però rovesciati i termini del rapporto: se Ann Darrow risultava infatti a tratti incuriosita e spaventata dal gigante, e quindi per certi versi in sua balìa, qui si ha maggiormente la sensazione di un atteggiamento materno della donna rispetto al mostro, in quanto espressione della dannazione di Bruce Banner: la rielaborazione del modello dunque non avviene nel senso del mero ricalco, ma il rapporto con la tradizione si dimostra al contrario fecondo e incentrato su una interessante dialettica.
Ancora Kong torna nel combattimento finale tra Hulk e Abominio, ma non è più il gorilla di Jackson e Schoedsack/Cooper, bensì quello decisamente più grezzo dei kaiju eiga di Ishiro Honda, costretto in epiche battaglie con Godzilla ne Il trionfo di King Kong del 1962 (il design più frastagliato di Abominio sembra proprio richiamare quello del sauro atomico). Anche in questo caso Leterrier dimostra consapevolezza nel rapporto con i modelli, e in un confronto diretto con la precedente pellicola di Ang Lee sferra i suoi colpi migliori: l’irrealismo delle creature è infatti sbandierato senza remore attraverso una ricerca dell’iperbole che non teme il ridicolo ma lo corteggia, dribblando la trappola dell’umorismo involontario (nel quale invece ricadevano pienamente alcuni passaggi del film di Lee, basti pensare al momento in cui Hulk duella con i cani mutanti) e cerca di recuperare proprio quella cifra fracassona e ludica che attraverso il non-sense trova la sua via per trasmettere divertimento allo spettatore, come accadeva nei kaiju eiga. La risata dunque non danneggia ma arricchisce la fruizione del film, in un certo senso la contestualizza proprio ribadendo quanto enunciato già dalla sopracitata struttura “esemplificata” del film: quella di un’opera che scorre tranquillamente di fronte agli occhi dello spettatore senza rinnegare mai la sua natura di onesto “pop-corn movie”.
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