SCONFINAMENTI - Se dal nord la mondezza scende, al sud la mondezza sale...
Stamattina lascia trasversalmente questo mondo, Esterino, che Truman non ha mai conosciuto perché mai nella sua vita si è dato come ignaro spettatore della propria e della vita altrui. Truman, se mi permette, illustrissimo Marco Travaglio, dalle pagine de “L’Unità” del 10 luglio 2008, il giorno dopo che una piazza di Roma s’è fatta ideale e terribile, non siamo tutti noi, di Truman al mondo e in Italia, ce ne sono pochi, pochissimi. Truman è comunque un protagonista e noi quando mai siamo stati tali
Stamattina il mio piccolo paese di provincia ha perso uno degli uomini più strepitosi: lo trovavi al bar che offriva caffé, diceva di essere alla fine dei suoi giorni e di non preoccuparci, perchè avremmo avuto ancora davanti un’intera vita per pagare. Aveva un alito che riconoscevi a distanza: aglio e cipolla ad ogni ora del giorno e soprattutto una bocca grande, larga, in cui ti sentivi sempre come a casa tua, nella gola di una balena ferita e fiera. La fetida “mondezza” entrava e usciva, non saliva e non scendeva: gli anni duri della guerra, quelli trascorsi in Svizzera per lavorare e per sentirsi chiamare “porco italiano”, gli anni di stenti nella terra arsa e ingiusta, quelli trascorsi accanto ad una nuora imbestialita che pregava ogni mattina perché morisse. Il suo cuore s’è fermato ma non al nord e neanche propriamente al sud, al centro, dove è sempre stato, quel centro negli anni mancato, deturpato, invaso, reso irriconoscibile nelle piazze e nelle aule della politica. Era anche il nostro agognato cuore, il nostro devastato centro dal quale aprire spiragli e aperture a sinistra o a destra. Ha indicato oggi la posizione ideale: orizzontale, un po’ trasversale per il letto troppo piccolo, quella che dovremmo assumere più spesso durante il giorno, dominato dalla verticalità del corpo del nord e del sud, del ricco e del povero, dell’obeso grasso e dell’offeso magro, della sinistra alta e quella bassa, il corpo della lega di destra e quello legato a destra. La verticalità è una gabbia, puoi salire e scendere, non entrare e uscire, come Truman o come Berlusconi. Stamattina lascia trasversalmente questo mondo, Esterino, che Truman non ha mai conosciuto perché mai nella sua vita si è dato come ignaro spettatore della propria e della vita altrui. Truman, se mi permette, illustrissimo Marco Travaglio, dalle pagine de “L’Unità” del 10 luglio 2008, il giorno dopo che una piazza di Roma s’è fatta ideale e terribile, non siamo tutti noi, di Truman al mondo e in Italia, ce ne sono pochi, pochissimi. Truman è comunque un protagonista e noi quando mai siamo stati tali. Un Truman che conosco (e questo è già male), perché anch’io terribilmente ignaro spettatore, certamente più inquietante di quello cinematografico, è Silvio Berlusconi, l’uomo che dorme beato e tranquillo tra sette guanciali, l’uomo che ha vinto il cancro, l’uomo perseguitato, pregiudicato, ingabbiato che ce l’ha fatta comunque, rinchiuso nel suo stesso mondo, e noi non ne facciamo parte, pur sperando ogni giorno di salire o scendere almeno per una comparsa. Qualcuno effettivamente riesce nell’impresa, qualcun altro prova a convincersi di aver raggiunto il traguardo, ma tutti si fanno portatori, chi più chi meno, di una speranza, di un sogno in comune, se non proprio comune. Quando pensi al Truman di Peter Weir, a quell’omino innocuo e diligente, pensi anche allo schiacciamento, al sommerso, alla vita che non ti appartiene se dell’apparire sei ostaggio: “Così breve era il tempo che fra mattino e sera non v’era mezzogiorno e già sul vecchio suolo familiare pesavano montagne di cemento” (Bertold Brecht). Montagne di cemento e ora di mondezza da spalmare e smaltire, dallo stretto di Messina alle lande del nord leghista, montagne di colpe e bugie da spartire. Se Esterino non detestava niente, neanche aglio e cipolla a colazione, se per essere come Truman devi fare la fine di Berlusconi, che sa di essere Truman ma fa finta di niente, allora quella piazza affollata può farsi finalmente un sogno di bellezza fra calda gente in un caldo, a volte torrido, Paese.
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