DOSSIER "THE HURT LOCKER" - Ordigno II. Il corpo-bomba


È forse l’unico episodio del film della Bigelow dove anziché dominare la tensione adrenalinica per il possibile fallimento dell’operazione, emerge il disagio di un’invasione dello sguardo nel privato della morte. Pornografia di un’ossessione-sentimento. Il corpo-bomba, folle degenerazione post-umana di una guerra raccontata attraverso la schizofrenia di un documentarismo virtuale, viene profanato per ridare senso alla vita, mantenere dignità alla morte. Perchè la guerra di oggi non uccide semplicemente l'uomo, lo annienta come immagine

 
Corpo-boma The Hurt LockerHai mai visto un corpo-bomba?” “No”. Quello del corpo-bomba è l’episodio che esplicita definitivamente le sequenza seriale e gradualmente eccessiva delle trappole esplosive che compongono la struttura di The Hurt Locker. Il livello di difficoltà aumenta. E con esso aumenta la necessità di allestire uno scenario nuovo (per la prima volta l’ambientazione è l’interno di un edificio) e, soprattutto, una minaccia inedita, sottoforma di un’immagine terribile. Nella sequenza del corpo-bomba – ordigno secondo di questo dossier bigelowiano, ma quarto nella diegesi del film – tutti fanno i conti con la perdita (vera o presunta poco importa) dell’altro. Per Owen Eldrige si tratta dello psicologo Cambridge, partner dialettico con cui scontrarsi fuori dal campo bellico ma imprescindibile supporto anti-crisi per il recupero (impossibile?) di una razionalità in guerra. Qui la morte che spezza il legame avviene alla fine dell’episodio, una scomparsa in profondità di campo avvolta da una massa di fumo nero, quasi a marchiare in modo indelebile il crescendo funereo del disinnesco del corpo-bomba compiuto da James Williams nei minuti precedenti.  Anche quest’ultimo personaggio peraltro ha a che fare con una perdita. Al cospetto del cadavere di un bambino irakeno disteso sul tavolo di un arsenale, Williams si convince – a torto, come più avanti svelerà il film –  si tratti del piccolo Beckam, il venditore di dvd che bazzica all’interno della caserma militare con cui l’artificiere “drogato” di adrenalina entra in contatto, sancendo e quasi anticipando il rapporto padre-figlio che lo attenderà al suo ritorno a casa. L’atto d’amore di Williams nei confronti del ragazzo irakeno viene celebrato attraverso l’unico linguaggio che il protagonista di The Hurt Locker conosce: il disinnesco. Estirpare il male dal corpo. Preservare il corpo del ragazzino, estrapolando dalla viscere della carne l’ordigno esplosivo, la massa tumorale di quella perfetta macchina di morte che è la guerra. È forse l’unico episodio del film della Bigelow dove anziché dominare la tensione adrenalinica per il possibile fallimento dell’operazione, emerge il disagio di un’invasione dello sguardo nel privato della morte. Pornografia di un’ossessione-sentimento. Il corpo-bomba, folle degenerazione post-umana di una guerra raccontata attraverso la schizofrenia di un documentarismo virtuale, viene profanato dalla Bigelow (e dal suo artificiere) per ridare senso alla vita, mantenendo dignità alla morte. Preservare il corpo anche dopo la morte. Rimanere uomini anche quando si è già morti. James toglie la bomba e salva il corpo, ridando natura umanistica al meccani(ci)smo del suo “lavoro”. La missione è compiuta, con la sensazione che – almeno stavolta – si sia trattato di qualcosa di più. Di una resistenza dell’uomo alla macchina. L’atto purificatorio dentro un inferno senza uscita. Peccato che proprio alla fine, sul punto di tornare alla base, Cambridge scompaia in una nuvola di fumo. La sua morte funziona soprattutto come sparizione. La bomba-guerra esclude il corpo, replicando all’atto salvifico di James Williams. La guerra di oggi non uccide semplicemente l’uomo, lo annienta come immagine.
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