Europunk. La cultura visiva punk in Europa, 1976-1980
Parte da Roma la mostra, curata da Eric de Chassey e Fabrice Stroun, dedicata all’iconografia punk europea. Per la prima volta il fenomeno punk esce dalla dimensione prettamente musicale per essere considerato a tutti gli effetti forma d’arte. Oltre 500 opere da tutta Europa. A Villa Medici fino al 20 marzo
E’ una questione di Storia dell’Arte. Non di sociologia, né d’antropologia. Il punk è stato uno dei movimenti artistici più importanti del xx secolo.” Eric de Chassey, direttore dell’Accademia di Francia a Villa Medici e curatore con Fabrice Stroun di “Europunk”, non ha dubbi.
Troppo spesso si dice punk e si pensa istintivamente alla musica. Eppure l’elemento visivo è stato, ed è tuttora fondamentale. Trascurato perché automaticamente considerato riflesso della musica e quindi identificato con i gruppi stessi. “La musica non è esclusa dalla mostra. C’è, ma è discreta. Perché per troppo tempo ha sovrastato l’aspetto visivo”
Da qui la necessità, per de Chassey e Stroun, di sottrarre il punk ad un destino ingrato, di ridargli identità.
“Fare questa mostra per noi significa molto, perché oramai sembra che l’influenza del punk sia solo per il mercato, solo una questione di marketing. Non è così”
E a riprova di questa tesi Villa Medici ha organizzato la prima grande mostra europea dedicata interamente al punk come forma d’arte. Ci sono oltre cinquecento oggetti; magliette, poster, fanzine, copertine di dischi, volantini, fumetti, disegni. Tutti “oggetti d’arte da vedere e capire” come dicono i due curatori. Che per raccogliere le opere, spesso sottovalutate dagli stessi autori o possessori, hanno impiegato quasi cinque anni. Otto sezioni dedicate agli “artisti” che probabilmente odieranno, o almeno all’epoca avrebbero odiato, essere chiamati così. Da Jamie Reid, creatore del celebre volto della Regina Elisabetta con occhi e bocca coperti da “God Save the Queen”, dall’Inghilterra di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood alla Francia dei Bazooka. Proprio questi ultimi sono fondamentali per capire meglio la potenza visiva del fenomeno punk, e anche per uscire da un tracciato storico-geografico che il più delle volte si concentra sulla Gran Bretagna. Gruppo di studenti parigini delle Belle Arti, attratti dal fumetto, i Bazooka sono a tutti gli effetti dei giovani artisti che non vogliono più fare arte. Dissacranti e iconoclasti, cominciano una collaborazione intensa con Libération, che durerà fino a quando lo storico giornale della sinistra francese riuscirà a sostenere le provocazioni del gruppo.
La caratteristica dei Bazooka, così come del movimento punk in generale, è stata certamente l’urgenza del fare. Tutti possono suonare senza sapere come si fa. Lo stesso vale per le immagini. E non è necessario trovare un pubblico per queste immagini, né un luogo dove mostrarle. La terza sezione della mostra, D.I.Y., è dedicata proprio al “do it yourself”, imperativo categorico e forza artistica radicale del punk. Immagini fatte per essere diffuse il più largamente possibile; non ci sono canoni né di rappresentazione né di fruizione o diffusione. Fotocopie, ciclostile, pochoir. Manifesti e volantini scritti a mano così come magliette e accessori.
Rivoluzione, caos, tabula rasa; regressione politica ( Hitler e Marx uniti dal disincanto anti-ideologico) e marginalità violenta. Non è un caso che la mostra dia poco spazio all’Italia, dove il fenomeno punk attecchì con ritardo proprio perché “ (….) mentre i Sex Pistols cantavano la potenza della bomba H le Brigate Rosse piazzavano vere bombe. Le chitarre dei giovani italiani diventavano dei kalashnikov AK-47 ” ( Greil Marcus “Lipstick Traces: A Secret History of the 20th Century” Harvard University Press, 1989)
E decisiva è la scelta di circoscrivere, infatti, il fenomeno nel giro di pochi, decisivi anni. Fino al 1980, all’inizio di quel decennio in cui il movimento, com’è nella natura di tutti i veri movimenti artistici, si trasformò, passando dalla voglia di caos e distruzione a quella di riordinare il mondo. Da controcultura a sotto-cultura. Dal punk alla new-wave.
A Roma fino al 20 marzo, “Europunk” dopo si trasferirà al Mamco di Ginevra, di cui Fabrice Stroun è curatore indipendente associato. Due mesi di tempo per andare a vedere e recuperare la forza e la ricchezza della cultura visiva che ha travolto l’Europa nella seconda metà degli anni ’70, lasciando un segno indelebile sul mondo delle immagini. Frutto di un lavoro scrupoloso e appassionato, “Europunk” dà per la prima volta la “parola” alle immagini, ai segni, alla grafica, agli sfregi e ai disegni del primo e forse unico movimento artistico nato fuori dal mondo dell’arte. Risistema gli oggetti di un’epoca nelle sale di un museo com’è stato fatto per altri movimenti d’avanguardia, conferendogli il valore di opere. Per l’impatto che hanno avuto e che hanno imposto sulla cultura europea contemporanea. Villa Medici diventa così il luogo ideale dove l’urgenza di quella forza creativa incontra il passato e con esso si misura.
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