"Spider-Man: Turn Off the Dark", di Julie Taymor
Turn Off the Dark dimostra come la storia di Peter Parker si sia trasformata in un'epopea contemporanea. I suoi tratti distintivi resistono persino all'invadente attacco e ai personalismi di Julie Taymor. Gli sforzi della regista non riescono a smorzare l'autosufficienza archetipica della lezione di scienze, del conflitto con Goblin, della lotta sul ponte di Brooklyn e dell'amore di Mary Jane
Turn Off the Dark non è solo il più costoso musical della storia di Broadway. L'allestimento di Julie Taymor dimostra una verità che era già evidente dopo il trionfo della trilogia di Sam Raimi: Spider-Man non è più un fenomeno culturale, non rappresenta più l'emancipazione di una forma d'arte di massa come il fumetto. Il personaggio creato da Stan Lee nel 1962 è ormai un mito contemporaneo, che assume tutte le implicazioni epiche che il suo ruolo comporta. La storia del timido ragazzo di Forest Hills non è più l'inizio di un'avvincente narrazione, ma è l'incipit di una parabola morale che vanta tutta la potenza dei racconti orali. Tanto più che il coro dei ragazzi che riassume e commenta la storia non tratta più Spider-Man come un fenomeno della loro epoca, ma come una leggenda. In Turn Off the Dark, la certezza del suo valore esemplare è chiara: i tratti distintivi della storia di Peter Parker (il morso del ragno, la coscienza del proprio potere e della propria mutazione, la morte dello zio Ben, la battaglia con il nemico sul ponte di Brooklyn, il salvataggio della ragazza amata) possono essere riproposti attraverso i medium più disparati. Sono tanto efficaci e riconoscibili da adattarsi a qualsiasi linguaggio: quello della pagina, quello del grande schermo e anche la scena del Foxwood Theatre. Non a caso, la partitura musicale di Bono e di The Edge insiste sui punti cardine di ogni storia eroica: brani come Rise Above e The Boy Falls From the Sky centrano il tema dell'ascesa e della caduta e trasportano il format del supereroe con superproblemi sul terreno della mitologia. Soprattutto, la sua forza si dispiega nel modo in cui sa resistere ad ogni intervento esterno, per invadente che sia. L'(in)evitabile novità di questa versione è il legame tra le vicende di Spider-Man e la leggenda di Arachne. E' lo stesso coro a spostare ancora più indietro le origini della vice
nda: non si torna all'ormai storica dimostrazione di scienze; il libretto risale addirittura a Le metamorfosi di Ovidio. La sofferenza eterna di un personaggio femminile è un tocco riconoscibile di Julie Taymor. La sua pena è quella in cui incappa ogni personaggio che non ha capito i suoi limiti: la donna viene punita da Minerva perchè non ha compreso che da un grande potere derivano grandi responsabilità e ha commesso il peccato più grave, quello della hybris. In Turn Off the Dark, la variazione è centrale: è questo confronto con il suo corrispettivo archetipico a segnare la maturità di Peter Parker, molto più di quanto non faccia la morte dello zio Ben. Non è il senso di colpa a fargli capire la portata della sua missione: è Arachne ad invitarlo a riflettere sui confini del suo potere, fino al punto da instaurare una relazione di necessità reciproca. Lei vorrebbe liberarsi della sua atavica maledizione e lui vorrebbe tornare ad essere un semplice adolescente innamorato. Nel momento in cui è finalmente ricambiato, Peter Parker sfida la volontà del destino: rifiuta i suoi doveri e le sofferenze dell'eroe; Arachne lo fa sprofondare nel suo lato oscuro, lo fa scendere in un incubo in cui lo priva dei suoi poteri e lo costringe ad assistere alla morte di Mary Jane senza poter fare nulla... Julie Taymor irrompe a modo suo e tenta di personalizzare un personaggio che non aveva certo bisogno del suo contributo. Tuttavia, la ripetitività delle motivazioni del ragazzo le sopravvive: le tappe simboliche della sua crescita conservano il loro fascino e decretano la loro assoluta tragicità, che si adatta ad ogni generazione e ad ogni contesto. La messa in scena deve molto agli U2, soprattutto per come riesce ad allargare lo spazio ristretto del teatro: l'esperienza dei loro concerti pirotecnici si riconosce nell'importanza dei pannelli luminosi e dei trasparenti, che i
n Turn Off the Dark agevolano i frequenti cambi di ambientazione e contribuiscono ad allargare le prospettive. Inoltre, la personalità problematicamente malvagia di Goblin appare ricalcata su alcune famose creazioni di Bono: i suoi tratti devono molto agli alias che il cantante amava interpretare durante i concerti dello ZooTV Tour, e in particolare su quelli di The Fly e di MacPhisto. Tramite una serie complicatissima di sostegni metallici, la gran parte dei duelli si svolge proprio sulla testa degli spettatori disposti nell'orchestra e davanti agli occhi di quelli sistemati sul flying circle: il talento degli attori si rivela molto di più nella loro capacità di ignorare la paura che nella loro predisposizione al ruolo. Dal punto di vista dello spettatore, le acrobatiche evoluzioni aeree di Turn Off The Dark si dimostrano particolarmente eccitanti e mantengono tutte le loro promesse spettacolari. Il personalismo di Julie Taymor e la sua irruzione nella sacralità di Spider-Man è più discutibile: la regista ne sottovaluta l'autosufficienza e decreta un'arbitraria necessità di nobilitazione letteraria. Fortunatamente, il suo tentativo è sconfitto in partenza e anche lei deve arrendersi: è l'apoteosi di un Go Get Them, Tiger che la travolge...
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