3D: La giusta distanza
Abbiamo davvero a disposizione tutti gli elementi utili a riflettere compiutamente sul ruolo del 3D nel cinema contemporaneo? Nonostante le continue proposte non saremo forse nel mezzo di una fase di passaggio verso uno standard ancora in divenire? Oltre la mole di film già distribuiti, le logiche sugli incassi e le dicotomie fra stereoscopia nativa e frutto di post-produzione, forse una storia critica del 3D è ancora tutta da scrivere...
Il cinema, si sa, è una questione di distanze, che possono essere fisiche, per essere i primi a catturare le immagini (Bertolucci e i suoi Dreamers insegnano), ma più spesso sono temporali, ovvero quelle che servono a valutare un fenomeno nella sua compiutezza. Ad esempio come sta accadendo con il 3D. La domanda che Sentieri Selvaggi si pone sulla “tenuta” e sulla “affidabilità” di questo nuovo standard non è oziosa e, soprattutto, non è isolata, ma va subordinata a una serie di variabili che possono aiutare a inquadrare meglio il problema.
Innanzitutto c'è la questione del passaggio da un prima a un dopo. Ci piace sempre pensare che questo avvenga in un momento ben determinato e facile da circoscrivere: un intervallo magari breve la distanza di un solo film, ma la storia ci insegna che le cose sono un po' più complesse. Certamente ci sarà più di qualcuno che avrà già storicizzato il passaggio in un prima e dopo Avatar, perché è indubbio che il capolavoro di James Cameron abbia segnato un momento importante dal versante commerciale e di immaginario globale. E' sognando insieme a Jack e Neytiri che il pubblico si è accorto della forza cinematografica della stereoscopia ed è stato grazie ai due miliardi di dollari incassati dal film che gli executive si sono sfregati avidamente le mani, convinti di aver trovato la nuova gallina dalle uova d'oro.
Eppure, a parere di chi scrive, Avatar è stata una tappa, ma non lo spartiacque fra un prima e un dopo: come uno schiocco di dita che ha attirato l'attenzione e ci ha mostrato le potenzialità di un metodo che però non è in sé nuovo e che – ci è stato detto – può essere perfezionato fino a creare l'illusione di un'immersione totale nella storia attraverso l'abbattimento della barriera fornita dallo schermo. E' una transizione che quindi è in atto da molto tempo e della quale ancora non si vede la fine. La si può far risalire agli anni Cinquanta de La maschera di cera e agli ottanta de Lo squalo 3: qualcuno ricorda cosa ci è stato detto quando si sono portati simili esempi a sostegno della tesi che la stereoscopia è roba vecchia e che gli occhialini anaglifici provocavano soprattutto grandi mal di testa? Che in questo caso l'effetto sarebbe stato diverso perché il 3D era stato migliorato e potenziato.
Migliorato e potenziato: che di per sé implica naturalmente il non aver ancora raggiunto una stabilità definitiva e non a caso – mentre spulciando i forum on line rifanno capolino le accuse di provocare emicranie e fastidi – gli esperimenti sull'eliminazione del supporto fisico (gli occhiali) continuano, perché la prossima tappa è colmare quella distanza fra i singoli spettatori, che condividono l'esperienza ma sono chiusi in tante piccole unità, quasi “nascoste” dietro gli occhiali, e che per questo non riescono a sentirsi davvero parte di un tutto (piaccia o meno, nell'epoca dell'Home Theatre più sfrenato, il rito collettivo resta un momento importante della fruizione filmica).
Allo stesso modo bisognerebbe riflettere sull'unico aspetto che realmente dovrebbe interessarci in quanto esegeti e critici: quello linguistico. L'aggiunta di una terza dimensione ha finora realmente implicato un cambiamento strutturale del modo di pensare il cinema? Ricordiamo che sebbene il Cinemascope lo abbiano inaugurato con La tunica, poi Scorsese nel suo Viaggio nel cinema americano attribuisce alla Regina delle piramidi di Hawks il merito di aver per la prima volta “pensato” a un'inquadratura strutturalmente orizzontale, capace perciò di attribuire senso al nuovo schermo oblungo: è successa la stessa cosa con il 3D? La domanda è anche in questo caso complicata da una necessità: quella di sfrondare la mole di titoli finora usciti, separare i pochi esempi virtuosi da quelli meramente parassitari che tentano soltanto di inseguire un trend. Il che, si badi, non significa limitare tutto alla semplice dicotomia fra 3D nativo e frutto di post-produzione. Si prenda ad esempio il caso di Transformers 3, il cui effetto è stato fra i più elogiati: Michael Bay ha difeso con passione il lavoro compiuto per esaltare l'effetto stereoscopico, rispondendo sul suo sito ufficiale all'analisi fatta dal giornalista David Cohen su Variety, che accusava il 3D di essere in larga parte frutto di post-produzione. A Cohen, Bay ha risposto che la sua analisi non centra il punto.
Dobbiamo quindi ancora comprendere bene cosa realmente faccia la differenza fra un “buon” 3D e uno “cattivo”? Il dibattito è aperto, ma c'è qualcosa che andrebbe aggiunto, e che non riguarda l'aspetto puramente tecnico (o meglio, anche quello ma non solo), quanto quello meramente creativo, il “pensare” un film in 3D, come Hawks aveva pensato il suo kolossal egizio in Cinemascope. Da questo punto di vista alcune innovazioni si iniziano a notare: Transformers 3 è – come fa notare anche la recensione comparsa qui sul sito – un film dove l'esaltazione dell'effetto stereoscopico si riassume in un ritmo più controllato rispetto ai soliti standard di Bay. E anche un film postprodotto ma pensato in 3D come l'ultimo Harry Potter gioca inizialmente su un ritmo contemplativo che tende a lasciar perdere lo sguardo dello spettatore fra gli spazi degli ambienti in cui si muovono e nascondono i protagonisti: il che ci dovrebbe far dedurre che il 3D esige un ripensamento dei tempi narrativi per lasciare all'effetto il tempo di farsi metabolizzare, perché lo spazio possa essere percepito come elemento attivo della narrazione e inneschi una dinamica significativa con la storia raccontata. E' ancora troppo poco per giudicare, ma forse una storia critica del 3D può iniziare da qui.
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Sono sostanzialmente d'accordo sul fatto che Avatar, pur essendo uno spettacolo coi fiocchi in grado di riportare nel pubblico lo 'stupore' fantasmagorico del cinema in sala, non è stato quello spartiacque che in teoria si prefiggeva di essere. Il 3D sarà davvero epocale, qualcosa che si avvicina al Cinema Totale reorizzato da Barjavel, quando sarà in grado di rendere 'necessaria' la terza dimensione, come scrive lei di pensare in 3d: magari si dimostrerà rivoluzionario in un film intimista (il nuovo Bertolucci?) e non in un'opera votata al fantastico. Forse quella sarà la svolta, se mai ci sarà
Inviato da Giulio il 08/08/2011
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