3D: La profondità del Tempo
E' sul livello della temporalità che il 3D dei film più “illuminati” segna la differenza. Guadagnare spazio nella prospettiva impone un’organizzazione temporale del tutto diversa, impone, cioè, allo sguardo, non solo di soffermarsi sulle cose da vedere, ma apre nuove strade verso quello che è il desiderio più importante del cinema: vedere di più e più in profondità. Ecco spiegato il teorema: il 3D dovrebbe essere quella lente magica che svela le cose invisibili e carica le cose semplici di mille possibili sensi
Non sarà che invece ci stiamo dimenticando il tempo? Ovvero, se il 3D ha qualche possibilità di non essere ininfluente è il fatto che la terza dimensione scardina la (ormai) normale percezione del tempo da parte di uno spettatore non più e non sempre abituato a confrontarsi esso. Vale a dire con una dimensione talmente teorica da avere ricadute pratiche straordinarie. Perché è sul livello della temporalità che il 3D dei film più “illuminati” segna la differenza. Guadagnare spazio nella prospettiva impone un’organizzazione temporale del tutto diversa, impone, cioè, allo sguardo, non solo di soffermarsi sulle cose da vedere, ma apre nuove strade verso quello che è il desiderio più importante del cinema: vedere di più e più in profondità. Ecco spiegato il teorema: il 3D dovrebbe essere quella lente magica che svela le cose invisibili e carica le cose semplici di mille possibili sensi. Come la porticina magica di Coraline che permette alla bambina di vivere in due mondi/tempi paralleli. Se siamo capaci di toglierci i bottoni dagli occhi potremo renderci conto che questo vituperato 3D, fin dal suo esordio, ha cercato il suo spazio trattenendo la velocità delle immagini. O, all’opposto, esasperandola nei due sensi fino alla scintilla fatale. Nell’universo parallelo di Tron Legacy, infatti, si compie un vero e proprio cortocircuito. La velocità che si esercita nel mondo virtuale tridimensionale è quasi inimmaginabile nel mondo piatto della realtà, ma, al contrario, in questo luogo senza sfumature, vivere il tempo appare quasi un gesto di immobilità. La lentezza estatica che in Avatar ci voleva mostrare il nostro mondo e la nostra storia di uomini sulla Terra (e in qualche modo figlia della veggente piuma bianca di Forrest Gump) viene colta silenziosamente da Herzog in Cave of Forgotten Dreams, che penetra gli abissi del tempo portando il 3D in un luogo dove il tempo si è fermato per ripetere continuamente se stesso da migliaia di anni.
La lentezza, qui, è come il respiro impercettibile delle pietre, non si sente ma si trasforma immediatamente in cinema. L’estasi, che fermava il tempo nelle profondità marine o siderali di L’ignoto spazio profondo, sarebbe diventata sospensione immaginifica se avesse avuto lo strumento tutto teorico del 3D. Guai, quindi, a pensarlo come un tocco di meraviglia. La terza dimensione, che non sarà il futuro incondizionato della settima arte, ma un elemento del suo linguaggio, avrà probabilmente il compito di risolvere l’insoddisfazione che vedere e guardare creano nella loro separazione.
Mi viene in mente Arturo Ripstein (che molti anni fa dichiarava di non credere più all’immagine cinematografica) e mi piacerebbe pensare che se ora si avvicinasse al 3D, probabilmente ne ricaverebbe una sorta di straziante inno alla durata, il film circolare per eccellenza, dove, l’allungamento senza fine del tempo finirebbe per risolversi nell’impossibilità stessa di una fine. Circolo virtuoso che si ricongiunge all’inizio e così via.
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