Del perdono, del cinema e della vita...
Perché un film come "In My Country" oggi rappresenta una perla straordinaria che nessuno sa vedere, sa cogliere, in quel mare profondo del cinema contemporaneo? Forse perché viviamo in un mondo dove regnano ormai altri valori, altre discipline morali, altri sguardi, e dove "perdersi" sembra essere la peggiore malattia del mondo. Figuriamoci perdonare!

"Perdòno, perdòno, perdòno!", così, con queste tre parole ripetute, con la voce commossa, quasi in lacrime di Jiuliette Binoche/Anna Malan si chiude In my Country di John Boorman. Il film più incompreso e, forse, più bello dell'anno. In quale atro film trovate una conclusione così esplicita, semplice eppure magnificamente giusta, necessaria?
Se la critica cinematografica non fosse ormai diventata un esile esercizio di puro narcisismo verbale, con le nuove generazioni di critici che riescono (e ce ne vuole!!!) persino ad essere più insensibili di quelli "vecchi", e incapaci di vivere i film (e la vita) come un qualcosa che ci appartiene e allo stesso tempo ci travalica, attraversa, come un corpo che penetra altri corpi, come un luogo dei desideri, ma anche del piacere, della tristezza come della felicità.... se... se esistesse ancora, da qualche parte, forse non avrebbe destinato a questo respiro, questo frammento di cuore e stomaco, questo alito di dolcezza che è In my Country, o poche righe, o ignobili stroncature. Come se il film, i registi, le persone, possano ridursi alla sceneggiatura, alla bella (o non bella) immagine, alla "compostezza" della rappresentazione... Roba da ABC del cinema e forse l'intera critica italiana dovrebbe ricominciare ad andare a scuola, a imparare le aste, oppure dovrebbe essere messa in contatto con coloro che lavorano seriamente con la spiritualità, per disincrostarne quell'insano materialismo che ne fa un'entità al contempo acida ed astratta, perché del tutto priva delle pulsazioni dell'umano.

Ma freghiamocene, per una volta. E proviamo insieme a capire perché un film come In My Country oggi rappresenta una perla straordinaria che nessuno sa vedere, che nessuno sa cogliere, in quel mare profondo del cinema contemporaneo. Forse perché viviamo in un mondo dove regnano ormai altri valori, altre discipline morali, altri sguardi, e dove "perdersi" sembra essere la peggiore malattia del mondo. Figuriamoci perdonare!
Oppure, nella nostra lingua bella e malata, che si "perde" davvero ogni giorno di più in un qualcosa di incomprensibile, davvero l'etica del perdono, quel guardare in faccia chi ci ha fatto del male, con fierezza, dignità e persino orgoglio, e sapergli (di)mostrare un'assoluta compassione, ebbene forse il fatto che etimologicamente, o meglio omograficamente, "perdòno" e "pèrdono" sono praticamente uguali, hanno creato come una strana curiosa assonanza, per cui il perdòno è associato alla sconfitta, alla perdita. Mah, e se anche fosse? A parte il fatto che perdere non è necessariamente essere sconfitti, ma perdersi può significare liberarsi dai pregiudizi e affrontare con magnifica libertà altri mondi, altri spazi, altri sguardi/corpi/desideri.... Ma il perdòno... Il perdòno è oggi il vero punto focale, il luogo da attraversare se vogliamo pensare, immaginare, creare, vivere un vero "altro mondo possibile". E invece, anche questo straordinario, immenso territorio della grandezza dell'umano, viene lasciato nelle mani di coloro che gestiscono il Potere Spirituale. E' mai possibile, nel 2004, sentire troppe volte nelle parole del Papa le cose migliori da ascoltare???? Siamo di colpo diventati noi dei vecchi rintronati prematuri selvaggi, pronti a rientrare nei valori della Chiesa cattolica che abbiamo sempre combattuto (e discusso) e che oggi improvvisamente ci appaiono come dei bagliori nel deserto etico del mondo? Oppure è il mondo civilizzato, illuminato, la società civile, l'intellighenzia liberal, gli intellettuali della sinistra, ad aver perso ogni speranza (altro luogo estremo da attraversare, prima o poi?).

Ed ecco che un piccolo film - semplice, a tratti persino didascalico, eppure capace di raccontarci una storia con i battiti del cuore - ci mostra l'orrore, ci mostra le vittime della segregazione razziale più crudele dai tempi degli stermini nazisti, quelli delle repressione dei neri nel Sudafrica. E una commissione, voluta da Nelson Mandela, che indagò negli anni Novanta, dopo la caduta pacifica del regime pretoriano, sui crimini commessi in quei lunghi anni di terrore. Ma con lo scopo di portare il paese a una "riconciliazione nazionale". Che non significava annullare i crimini commessi, ma piuttosto seguirne le tracce, giungere a una definitiva, completa e assoluta verità, fino ad arrivare a perdonare chi avesse collaborato in questa ricerca di verità, e dimostrato di avere agito su ordini di altri, facendo i nomi. Ed è su questa verità che il giornalista americano di colore Langston Whitfield (Samuel L. Jackson, che attore!) immette tutto il suo "sano" pregiudizio razziale. Cosa? Di quale riconciliazione parliamo? Qui qualcuno ha commesso atti immondi contro persone indifese, torture di ogni genere. E chi ha subito queste violenze dovrebbe perdonare? Per Langston è impossibile immaginare una "giustizia" del genere. Una giustizia che "perdoni". La giustizia, per sua natura (umana) deve condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti. Spetta poi alle religioni occuparsi delle anime e assolvere e perdonare gli esseri umani.

Però accade che giorno per giorno, mentre assiste ai racconti terribili delle vittime, ai resoconti imbarazzati dei carnefici, e alle lacrime della poetessa giornalista Afrikaner Anna, qualcosa lentamente entra nella sua pelle. Vede le donne piangere e svenire per il dolore nei racconti sui loro mariti uccisi, vede la fierezza degli uomini menomati che chiedono, semplicemente "perché?" ai loro aguzzini, ma soprattutto, a un certo punto assiste alla scena più bella dell'intera stagione cinematografica, quelle che da solo valgono un film, e il senso del nostro piacere del/per il cinema. Sul palco dei testimoni sale un bambino, reso muto da anni dallo shock di aver assistito all'uccisione da parte dei poliziotti bianchi dei suoi genitori. Guarda fiero l'assassino, con lo sguardo che non sembra manifestare emozioni, duro come una pietra. E l'uomo, il bianco carnefice, racconta. Di come ha commesso quel crimine, di come non aveva visto il ragazzo, e avrebbe poi voluto ucciderlo, ma qualcosa gli impedì di farlo. E poi quegli occhi, quello sguardo che si è portato dentro nelle lunghe notti di colpa, per anni. Si alza in lacrime. Si offre di prendersi cura del ragazzo, di fare qualsiasi cosa per lui. Gli si mette ai piedi in ginocchio. Il ragazzo si alza in piedi, fiero, con lo sguardo di prima. E, con un gesto semplice e "impossibile", lo abbraccia.
Ecco. Se la critica oggi è incapace di "sentire" e di "morire", rinascere in questa magnifica opera di redenzione umana che è il film di Boorman, ebbene non ha più senso di esistere, se ne ha mai avuto. ma non perché si deva amare per forza il film di Boorman, ma perché si deve amare e basta.
E mi guardo indietro, e penso quali film, tra i mille che vediamo in sala, festival DVD, ci restituiscono questo sentimento, questa etica necessaria, questa forza che ci spinge ad "amare il proprio nemico" come elemento estremo di chi vuole farla finita per sempre con le guerre la violenza le ingiustizie la morte "innaturali". Dove sta un cinema che ci racconta la bellezza necessità e magnifica emozione del perdòno? Dove sta un cinema del perdòno? Lo chiedo a tutti, sperando che magari qualcuno ci sveli film segreti, tracce nascoste, "cose mai viste", oppure cose straviste ma "riviste con gli occhi del cuore". E allora persino il "Grande Fratello", come ha detto qualcuno, può diventare un magnifico mèlo minnelliano...

Personalmente mi vengono in mente solo due film. Il primo è Moonlight Mile, di Brad Silberling, che considero uno dei maggiori cineasti viventi.
Quando in tribunale il protagonista guarda in maniera compassionevole, l'assassino della sua ragazza. Quando mostra a tutti l'assoluta inutilità della vendetta, e il suo ricaccciare l'umano dentro dei confini che ne svalutano inevitabilmente ogni valore, ogni "umanità". Certo nell'uomo ci sta la violenza e la vendetta, come ci sta l'Olocausto. Ma questo non significa che dobbiamo accettarlo. Mai. E, ripensandoci, è proprio questo che non mi convince del peraltro straordinario lavoro che da anni Quentin Tarantino sta facendo. Tutto Kill Bill, nella sua incredibile rilettura del cinema di genere che tutti abbiamo amato, è pervaso da questa ossessione vendicativa, di matrice leoniana forse, ma che non arriva al punto di far si che la protagonista alla fine, sappia rinunciare alla vendetta in nome di qualcosa di più grande (la vita, qualsiasi vita, persino quella del mio peggior nemico - ricordate il finale di Blade Runner con il replicante incapace di uccidere Harrison Ford?) al suo desiderio di vendetta. Che abbiamo tutti, perché tutti noi siamo deboli e vorremmo - a volte - vedere soffrire se non morire chi ci ha fatto del male. Ma la vendetta non solo è debole, ma non ha futuro.
Ed ecco che ripenso al secondo film, quel Persona non grata di Oliver Stone, dove Simon Perez cercava di spiegarci come, per uscire dal pantano della situazione israeliano-palestinese, l'unica soluzione fosse la "mancanza di memoria", o meglio, per usare le sue testuali parole, di "insegnare il futuro" e non più il passato alle giovani generazioni. Anche questo è un modo per dire basta. E imparare che il perdòno è l'unica strada possibile per immaginarci di vivere come esseri umani.
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