SCONFINAMENTI - Al confine con se stessi (*)

La consapevolezza che il "perdono" è il solo vero atto critico che resta possibile alla nostra sapienza di amanti (della vita, dunque del cinema, dunque dell'uomo...) appare l'utopia più impropria a questo tempo, eppure la più necessaria. Di sicuro anche per immaginare di poter "perdere" per una volta se stessi e ritrovarsi altrove. O magari anche altrui

 

Sarà che poi ogni possibile "sconfinamento" della nostra percezione critica, confina fatalmente con il tempo in cui si perde il "qui ed ora" del nostro "esserci" (gettati nel mondo, in noi, in quello che siamo e che tragicamente non siamo mai...)... Sarà forse un atto del destino, che in un'epoca drammaticamente priva di percezione storica come quella che attraversiamo passo dopo passo, proprio oggi, privi di prospettiva dunque di tridimensionalità temporale, immersi come siamo in un cono d'ombra di eventi che ci graffiano come cronaca e solo dopodomani ci feriranno, pugnalandoci alle spalle con la mano impietosa della Storia... Sarà forse, molto più semplicemente, un gesto d'ingordigia del nostro spirito, avido di quello che crediamo il nostro presente e invece è solo lo specchio concavo dei nostri desideri (magari fossero attese... sarebbe un mondo un po' più morale)...

... ma la consapevolezza che il "perdono" è il solo vero atto critico che resta possibile alla nostra sapienza di amanti (della vita, dunque del cinema, dunque dell'uomo...) appare l'utopia più impropria a questo tempo, eppure la più necessaria. Ma non come virtù, mica come atto generoso verso l'altro, piuttosto come necessità di dotarsi dell'unico strumento in grado di distanziare il giudizio e procurarsi quella terza dimensione che fa lo spessore di una profondità storica e consente di considerare se stessi come un altro.

È l'utopia che, per esempio, ha retto James Ellroy in quel crudelissimo atto di redenzione che è stato "I miei luoghi oscuri": scarnificazione di se stesso nel corpo scarnificato della madre assassinata quando lui aveva appena dieci anni, gesto improvvido eppure generoso di perdono dato/chiesto alla memoria di una donna violata nella sua vita come nella memoria dello scrittore, come nell'occhio del lettore... A un certo punto della sua carriera, Ellroy ha capito che solo annullando col "perdono" lo spessore del suo rancore critico poteva sperare di avere accesso alla verità non tanto sul mistero della morte della "Rossa" (come chiamava la madre), quanto sul mistero del suo modo di stare al mondo: solo così poteva trovare la sua tridimensionalità, la distanza di un giudizio in grado di farlo ritrovare, infine Uomo, al cospetto di un cadavere ancora vivo e vegeto e, dopo tutto - per quanto immancabilmente "putrefatto" - un po' più "pulito" di prima...

Più Clean, appunto, come la Maggie Cheung del film di Olivier Assayas che abbiamo appena visto a Cannes, moglie tossicodipendente di una rockstar in declino, che, dopo la morte per overdose del marito, cerca di ritrovarsi e rifarsi una vita nella speranza di riprendersi il figlioletto affidato ai nonni... Dove è straordinario come Assayas ci racconti ancora una volta quanto sia difficile trovare un punto netto di separazione tra ciò che si è (fatto) e ciò che ci viene fatto (credere... di essere...); ci mette di fronte alla consapevolezza che è davvero difficile separare se stessi dalla propria immagine e la realtà dal suo statuto iconografico e pretestuale: si è colpevoli/innocenti, sporchi/puliti, mai solo colpevoli o innocenti, sporchi o puliti, forti o fragili... Clean è un film che ci dice proprio il valore riflessivo (dunque transitivo...) del "perdono" e del "perdere" (qualcuno, se stessi, ciò che si ha, ciò che si è, ciò che si è fatto...).

"Perdere" e "perdonare" anche la memoria che si ha di sé, per ritrovarsi vecchi/bambini come in Old Boy del sudcoreano Park Chan-wook - giusto per rimanere sull'onda ancora fluttuante di Cannes 57... Che è la straordinaria storia di una vendetta vissuta sul corpo di un padre di famiglia sottratto alla vita da un inspiegabile rapimento lungo 15 anni... Un poveraccio né meglio né peggio di tanti altri, che si ritrova faccia a faccia col giudizio che ha di sé, colpevole/innocente, perennemente riscritto nel senso dei propri ricordi e nel significato dei propri gesti passati/attuali. Mica facile capire la differenza tra cosa si è fatto e cosa ci è stato fatto (e il cinema sudcoreano d'oggi questo lo sa bene, visto che ci sta riflettendo egregiamente: vedi il bellissimo Memories of Murder di Bong Joon-ho). Mica facile scegliere tra perdono e vendetta, proprio mentre si è finalmente in grado di ritrovare se stessi - la propria libertà, il proprio corpo, le proprie azioni, i propri ricordi, i propri sentimenti, persino le proprie colpe...

Certo, il "perdono" è l'unica strada possibile per immaginare di poter vivere ancora come esseri umani. Di sicuro anche per immaginare di poter "perdere" per una volta se stessi e ritrovarsi altrove. O magari anche altrui...

 

* Ascoltando Hans Zimmer, "The Thin Red Line - original Motion Picture Soungtrack", BMG Classic, 1999.

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