"La foresta dei pugnali volanti" e "Hero": il wuxiapian come chiave per comprendere le geometrie dei sentimenti

Zhang Yimou sfrutta i topoi del "cappa e spada cinese" per raccontare due storie di anime prigioniere e sfrutta le traiettorie descritte dai combattimenti per riflettere l'imprevedibile e cangiante spettro delle passioni

Visto dopo il precedente (per troppo tempo invisibile) Hero, il nuvo wuxiapian di Zhang Yimou permette di acquisire il senso dell'operazione che il regista ha inteso sviluppare attraverso il suo dittico. Se il pur bellissimo film precedente infatti era una concettualizzazione intellettuale (termine da intendere in senso non dispregiativo) del genere, La foresta dei pugnali volanti ne allontana l'aura più ieratica, ma non ne abbandona le strategie di sguardo e le tensioni geometriche. La stilizzazione si fa meno evidente, ma forse ancora più ricercata, poiché si indirizza verso un afflato lirico che completa la storia ed esalta il lato melodrammatico della vicenda. I cambiamenti di prospettive, attraverso i quali nessun personaggio risulta essere ciò che sembra, acquisiscono un maggiore senso poiché riflettono l'imprevedibile e cangiante spettro dei sentimenti, la caducità dell'essere umano in quanto organismo non capace di esistere e affermare la propria volontà, se non attraverso l'impeto della passione.

Da questo punto di vista i personaggi de La foresta dei pugnali volanti (così come quelli di Hero) sono tutti prigionieri di un ruolo sociale/militare/affettivo che pare imposto dall'alto e che imbriglia l'animo e la sua irruenza amorosa. Per questo nel primo dei due wuxia l'Imperatore uccide il nemico cui pure tributa onori da campione. Dal canto suo, la splendida Zhang Ziyi, che in Hero si ritagliava un ruolo da passionale vendicatrice del suo maestro (ucciso dal Senza Nome Jet Li), rinasce, nel secondo film, come mercenaria costretta a uccidere un uomo di cui si ritroverà innamorata, scatenando l'ira di chi l'ama ed è a sua volta non più riamato.

Le geometrie sentimentali si ritrovano nelle traiettorie descritte dai colpi e dalle armi impiegate nella lotta, che assumono una precisione balistica di rara intensità drammatica (un plauso va al sempre grande coreografo Ching Siu Tung). E rimandano allo spettatore un piacere della visione che non collima con la brutalità della lotta. Per questo la fluidità delle coreografie viene scomposta attraverso l'alternanza di ralenti e accelerazioni improvvise, che per alcuni possono ricordare un fastidioso effetto videogame (oppure un debito di Matrix), ma che rientrano bene nell'economia del discorso d'autore caro a Yimou.

Ma dove La foresta dei pugnali volanti colpisce nel segno più del predecessore è nel far tornare sulla terra lo spettatore dopo averlo immerso nelle iperboli visive e nella concettualizzazione che facevano di Hero un'opera quasi astratta. La foresta è un film che non teme il confronto con la terra, l'acqua e i topos più concreti del genere: dalla lotta fra i bambù, omaggio al sempiterno capolavoro di King Hu A touch of Zen, alla fuga nel bosco, dove la bianca pelle di Mei è sporcata dal contatto con il fango, fino all'idea della tortura (che evoca le sanguinose epiche di Chang Cheh) presente nelle scene di prigionia. Un film che, perciò, può abbandonarsi a una maggiore carnalità e sensualità culminante in un finale davvero potente. Una conclusione, peraltro, dove le due anime della storia si ritrovano: quella immediatamente estetizzante, omaggiata dal lirismo della neve che si sporca del sangue in un felice contrasto fra il rosso rubino e il bianco perlaceo; e quella più ammaliante e melodrammatica, che colpisce al cuore e spinge alla commozione totale.

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