IL FESTIVAL DI SANREMO: Entità mutante ...ma non troppo
La 55a edizione della manifestazione canora "nazional popolare" trova il punto di equilibrio fra una tensione al cambiamento che aveva tenuto banco negli scorsi anni e le necessità imposte da una formula molto classica. Un dualismo incarnato dalla figura di Bonolis, ex discolo televisivo e ora presentatore che raccoglie il consenso delle masse

La prima immagine che ci viene in mente pensando al Festival della canzone italiana è quella dell'ippopotamo in tutù, come proposto dal disneyano Fantasia. Cioè quella di un corpo-monstre costretto a essere altro da sé. E' una condizione cui non può sfuggire una manifestazione che, oltre a costituire una vetrina per la musica nostrana, deve essere anche grande spettacolo popolare, varietà, contenitore settimanale e fucina di gossip. Una tensione mutante, dunque, che negli ultimi anni è stata esaltata da una lunga serie di "esperimenti" volti a mettere in crisi la classica concezione "alla Pippo Baudo" che aveva tenuto banco per un ventennio: quella, cioè, di uno spazio perfettamente programmato secondo la classica regola del grande spettacolo, dove il meccanismo scorre opulento e perfettamente oliato. Probabilmente la scorsa edizione, venata dall'umorismo demistificatorio di Simona Ventura, aveva raggiunto il definitivo punto di rottura per quanto concerneva l'implosione della formula più standardizzata, e aveva rivelato come l'enorme contraddizione del Festival fosse nel suo non poter essere quell'altro da sé sempre sognato. La manifestazione perdeva pezzi, fette di pubblico, chiamava a soccorso i cantanti di un tempo, ma soprattutto si colorava di una ironia che in definitiva risultava impacciata e poco convincente.
Quest'anno si è dunque seguita una nuova strada, attraverso la direzione artistica di Paolo Bonolis. Il suo Festival è una miscela interessante di classicismo e novità, il tutto condotto attraverso uno schema di basso profilo che impedisce alla tensione mutante di esibirsi sfacciatamente. In pratica Bonolis recupera la dimensione "ampia" tipica del periodo baudiano, ma la ricolora con un tono meno ossessionato dalla perfezione. In fondo, nell'epoca che ha eletto il "tempo morto" a momento qualificante dello spettacolo attraverso la perversa formula del Reality Show, si può anche considerare la gaffe o la momentanea empasse come parte dell'offerta, senza che questo scandalizzi nessuno.

La logica in fondo è quella dell'ossimoro: la Antonella Clerici che non riesce a discendere la scalinata, oppure i tecnici che collegano i cavi elettrici senza che questo venga celato dalla telecamera (lontani i tempi in cui il fuoricampo era un elemento fondamentale della mitopoiesi anche televisiva) fanno tutti parte di una televisione che ha deciso di spettacolarizzare la realtà (non il vero, che sarebbe un termine troppo impegnativo). Da questo punto di vista il colpo di genio sta nel ritorno delle eliminazioni, che non sono soltanto il recupero di una pratica classica, quanto una intelligente ricontestualizzazione di una regola tipica dei Reality Show. L'inglobamento del Dopofestival nella stessa manifestazione permette al momento dell'esclusione di diventare spettacolo nello spettacolo: l'artista eliminato si accomoda in poltrona per dare vita al dibattito con gli opinionisti. Non a caso si può notare come l'intervento del pubblico sia diventato più pressante, la platea ride, commenta ad alta voce, fischia, è parte stessa del "tutto" sanremese.
Attenzione: la genialità non sta nel fatto che si esibisca la materialità del meccanismo televisivo, quanto nel far questo senza scadere nel ridicolo e mantenendo sempre un profilo di "credibilità". Basterebbe in fondo ripensare al momento in cui Baudo, qualche anno prima, si era reso protagonista del salvataggio di un potenziale suicida per rendersi conto della differenza: quello era stato un momento universalmente percepito come una caduta di stile, una montatura goffa che non aveva aperto alcuno squarcio di interesse nella standardizzazione comune. I soli sketch di Bonolis con la Clerici, anche stanchi e già visti (rimandano in parte a Raimondo Vianello e alla sua non troppo lontana edizione) sostanzialmente riescono a convincere.

Tutto questo viene sintetizzato in fondo nella figura stessa di Bonolis. Alfiere della "nuova fase" nella storia dei presentatori televisivi, l'ancor giovane Paolo è stato in anni passati il tramite fra una concezione del "padrone di casa" come grande cerimoniere (ossequioso anfitrione degli ospiti) e una più informale, del conduttore come "amico" che dileggia i convenuti ridendo con loro ma soprattutto di loro. Una figura aggressiva, che però in parte recuperava anche un'anima che era già stata dei conduttori passati, pensiamo agli sketch con protagonista il grande Mario Riva. Da un po' di tempo a questa parte, però, il Bonolis discolo sembra voler riappropriarsi del ruolo di gran cerimoniere attraverso la conduzione di spazi istituzionali come Domenica In o, per l'appunto, il Festival di Sanremo. Ed ecco che le due anime del personaggio sembrano trovare equilibrio in una manifestazione che coniuga l'informalità con un tono a tratti più ingessato e riesce a rendere digeribile a tutti un festival uguale a se stesso ma in fondo differente nei suoi singoli componenti.
Una notazione a margine va alla quarta serata, segnata da accostamenti originali fra cantanti e versioni alternative delle canzoni: ancora una mescolanza di classico e nuovo, che riprende aspetti già sperimentati nella scorsa edizione, ma al contempo ossequia la concezione della musica come "opera aperta", meccanismo che può essere scomposto e ricomposto in modi differenti. Nell'epoca in cui l'unicità del testo è un argomento che tiene banco anche nel cinema (attraverso il florilegio di director's Cut, versioni alternative e quant'altro) l'idea è forte e in buona sostanza ossequia la tensione mutante arrivando a tratti anche a regalare delle emozioni sincere, che in una manifestazione come Sanremo sono quasi sempre l'ultima cosa che sembra contare. E il cerchio si chiude.
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