VENEZIA 58: Tra fuoco e sangue, “Soochwieen Boolmyung”

Dopo essere già stato in concorso a Venezia 2000 con “The Isle”, il regista coreano Kim Ki-Duk realizza un’altra opera estrema, di corpi che esibiscono la deriva della loro malattia, di impressionante e potente fisicità

Segnati dal Tempo e da ambienti fissi e immutabili i corpi del cinema di Kim Ki-Duk. Dopo essersi fatto conoscere in Italia lo scorso anno con “The Isle” – una delle opere più forti del concorso di Venezia 2000 che però non ha trovato distribuzione in sala – il cineasta coreano, con “Soochwieen Boolmyung” (“Indirizzo sconosciuto”), ripropone personaggi chiusi dentro set impermeabili. Se in “The Isle” il luogo era costituito da un lago in cui erano presenti delle piccole abitazioni galleggianti, in “Soochwieen Boolmyung” Kim Ki-Duk tornano, con impressionante e ineluttabile ciclicità, diversi spazi della cittadina di Pyongtaek, impassibile “teatro scenico” di tragedie in attesa di essere consumate: un autobus abbandonato in cui vive una prostituta con il figlio avuto da un soldato afroamericano; un abitazione dove una studentessa (che ha perso un occhio anni prima a causa di un gioco di guerra fatto col fratello) abita con la madre e il fratello; una base militare statunitense dove sono presenti alcuni soldati in missione di pace; un luogo di macello per cani. All’interno di traiettorie che si ripetono, di sguardi nascosti, di scontri di lacerante violenza e improvvisa tenerezza, si deteriorano i corpi e viene soppressa gradualmente ogni ipotesi di slancio sentimentale. Tra il fuoco che divampa come gesto di estrema disperazione (la prostituta che, dopo la morte del figlio, decide di bruciare dentro il bus abbandonato), il sangue come segno di un progressivo smembramento di un’animalità selvaggia e brutale ancora più sciupata per la mancanza di desiderio, il film Kim Ki-Duk lascia emergere il peso specifico degli elementi proprio nella loro struttura materica realizzando un film di attraente e sconvolgente fisicità. C’è un tempo immutabile che priva i protagonisti di “Soochwieen Boolmyung” di una qualsiasi ipotesi di futuro. Ogni azione, ogni gesto, si porta addosso i segni del passato. L’eco della guerra di Corea ha lasciato, per sempre mutilazioni nel corpo e nel cuore, isolando ancora di più corpi che, per sopravvivere, sembra che debbano cibarsi della loro stessa carne, sia a livello di scontro fisico, sia nei tentativi di una seduzione che toglie alla sessualità ogni forma di passionalità per restare soltanto materia. “Soochwieen Boolmyung” radicalizza una messinscena estrema costituita da uno sguardo che sembra dichiarare la propria impossibilità a vedere tutto. Nell’occhio di carta della studentessa, nella fessura in cui la ragazza viene guardata, in distese di campi in cui l’obiettivo della macchina da presa sembra volontariamente diminuire l’angolazione del proprio raggio d’azione, Kim Ki-Duk opera per una progressiva sparizione del visibile. Lo fa con un film estremo, di un coraggio incredibile, in cui il suo sguardo si attacca addosso ai personaggi, respira e, alla fine, si distrugge con loro.
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