VENEZIA 58: L’orrore dell’incomunicabilità, “Xai Xian”
Dopo aver collaborato alla sceneggiatura di “Diciassette anni”, Zhu Wen presenta a Venezia il suo primo lungometraggio: un’opera di toccante immediatezza, dove riaffiorano i temi dell’incomunicabilità e della solitudine e in c
Annientati nella fissità di immensi spazi vuoti, confinati più o meno consapevolmente tra paesaggi ostili, naturalmente preposti alla non-presenza, i personaggi di “Xai Xian” sono corpi dolenti condannati al silenzio, viandanti in cammino verso la morte, ombre disabitate dagli affetti e dai desideri, che affermano la loro esistenza nel tentativo di negarla (Xiao Mei uccide l’uomo che cercava di distoglierla dal suicidio) e si appropriano di vita, carne e sangue altrui per compensare la propria inconsistenza (il poliziotto Dan deve mangiare pesce e frutti di mare e comprare la carne di Xiao Mei per sentirsi vivo). Come in “Diciassette anni”, un senso di ineluttabilità allaccia i personaggi ed i loro destini con una durezza ed una convinzione terribili. Ogni azione, inesorabilmente lenta, è incapace di modificare il contesto così come di agire su di esso: più che di un agire si tratta, infatti, di un reagire meccanico a delle condizioni già date, a una sorte gia decisa, mentre la loro solitudine si palesa in maniera sempre più brutale, nei monologhi ferocemente urlati, nelle risposte singhiozzate e nelle spiegazioni continuamente interrotte, dal pianto o da un immotivato riserbo. Zhu Wen priva i corpi, che relega violentemente con la camera a mano in uno spazio comune, di ogni affinità erotico-emozionale e strappa loro il conforto di uno sguardo, segno d’incontro, reso reciprocamente insostenibile e portatore di una verità inconfessabile. Da un lato il potere (il poliziotto Dan), la sua voracità sessuale e vitale, il suo machismo evidente ed irrefrenabile, dall’altro la sudditanza, il ribellismo inerme, l’insicurezza e la fragilità che prendono le fattezze di una sposa negata, di un’arrendevole prostituta di Pechino. Ancora una volta Zhu Wen lascia che le tragedie umane si consumino velocemente, con una durezza e un’immediatezza che non lascia via di scampo e fanno presagire una conclusione altrettanto violenta. E sullo sfondo di un paesaggio sconfinato, ma congelato nella sua dimensione privata come in quella economico-culturale, anche il campo visivo dello spettatore si restringe e resta intrappolato nelle maglie di un’assoluta incomunicabilità.
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