VENEZIA 58 - La vita (e la felicità) “fuoricampo”, “Agua e sal”
Oggi sembra proprio che per fare del buon cinema si debba essere cinici, cattivi, innamorati e disperati, pronti a tutto… Ed ecco la cattiveria di chi non esita a mettersi in gioco completamente, come Teresa Villaverde
Chissà dove si nasconde…la felicità. Sicuramente non nel “quadro” delle nostre vite/cinema, smarrite e devastate dalle “rivoluzioni emozionali” di questi ultimi anni. Per questo oggi sembra proprio che per fare del buon cinema si debba essere cinici, cattivi, innamorati e disperati, pronti a tutto…persino a morire. Ed ecco la cattiveria di chi non esita a mettersi in gioco completamente, come la Teresa Villaverde di questo impressionante “Agua e sal”, film portoghese interpretato da Galatea Ranzi. Completamente? La Villaverde nega, ovviamente, ma il suo ex compagno (il regista Jon Jost) e padre della bambina interprete del film non ha gradito, e ha manifestato pubblicamente il suo desiderio che il film non fosse mostrato al pubblico. Dietro c’è una storia personale, una come tante, anche se le accuse sono terribili. Ma chi ha vissuto le lacerazioni della “fine di una storia” sa che si può essere crudeli e meschini, ossessivi e paranoici, e che gli uomini e le donne possono diventare dei mostri. E così chi accusa l’altro di violenze, chi di rapimenti e di messa in scena del dolore “familiare”, con annesso l’uso della bambina inconsapevole. Un dilemma terribile, in un ambito così privato dove riconoscere i torti degli uni e degli altri è operazione impossibile (e inutile). Resta solo il dolore. E la necessità della separazione. La Villaverde non si nasconde dietro il suo dolore e lo rigenera cinematograficamente, con un’operazione moralmente discutibilissima (altro che i “panni sporchi” di andreottiana memoria, qui è la proprio vita, il proprio orrore familiare in gioco!), ma esteticamente memorabile, non lasciando scampo a nessuno, soprattutto a se stessa.Ma, al di là della possibile autobiografia, che solo parzialmente e inevitabilmente aleggia sul film, “Agua e sal” è il film dell’attualità sentimentale, storie di come gli umani si sono trasformati, nei loro disappunti, nelle loro incapacità ad adattarsi ai cambiamenti, alle libertà, ad esistenze che ormai richiederebbero più corpi, cuori, vite. Ana è perduta. Tra un amore finito, ma che lascia dietro di se/ con se la presenza della bambina, soggetto/oggetto per un attimo (nel film) e chissà per quanto (nella vita) di lotte, discussioni, piccole grandi violenze postmatrimoniali. Ma Ana ha bisogno della sua bambina, che stringe a se con un affetto disperato, egoista e assoluto, di chi è del tutto incapace di gestire la vita propria ma sente di poter indirizzare/cambiare/salvare quella degli altri. Ecco il suo aiuto al ragazzo disperato, che urla la sua rabbia e disperazione di fronte alla casa della ragazza amata. Ma ecco anche la negazione di se stessa nei confronti dell’uomo della barca, come pure all’ormai ex marito. Ma è disarmante ridurre questo film a una trama, alle storie che si intersecano e sembrano continuamente moltiplicarsi in mille rivoli possibili e infiniti. “Agua e sal” è cinema, ed è cinema del 2001, cinema cioè consapevole di come i corpi sono cambiati, di come i desideri sono impazziti, di come ormai ogni tipo di certezza e di punto di riferimento possibile sembra andato perduto. E le persone così si trovano, per un attimo, brevelungointenso, e poi scompaiono nel nulla, nel vuoto dei sentimenti che vivono solo una nostalgia perenne. Corpi abbandonati a se stessi, in cerca di qualcosa che, appunto, nel “quadro” della vita non c’è più. E la Villaverde, mirabilmente, segna il suo film con un’elegia del fuoricampo, cinema a 360° che vive di ciò che manca all’inquadratura, luogo magnifico e terribile dove sembra essersi nascosta ogni possibile gioia, speranza, possibilità. Fuori dal nostro sguardo, sembra volerci dire, avvengono le cose più impensate (e questo lo suggeriva anche l’altro film “misconosciuto” del Festival, quel “Y Tu Mama Tambien”, di Cuaron, che lascia esplodere la poesia nei corpi “nascosti” dei personaggi, trasferendo il “senso”, anche lì nel fuori campo…) ma anche le più belle, forse. E i momenti più belli della vita possono avvenire nel buio. Ana sembra volere come voler fermare il tempo, afferrane un senso che ormai non sa più trovare. Ma il mondo attorno gli scorre velocemente, e sembra impossibile non cadere nel vortice. “Troppe cose”, dice Ana al marito, mentre una lacrima le solca il viso. Troppe cose. La ragione (e/o il torto) dei sentimenti impazzisce. La quiete, infine, prevale. Ma pare difficile ricominciare a vivere in un mondo che sembra aver perduto ogni senso. Morte dell’uomo, o ancor più, della donna. “Agua e sal” è un tuffo nell’acqua salata del mare, fino all’ultimo respiro…
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