VENEZIA 58 - Seduzioni terminali, “Y tu mamá tambien”

Dietro un cinema dichiaratamente esagerato, c’è in Alfonso Cuaròn una libertà disordinata e seducente capace di trasformare paesaggi in visioni e di scoprire spazi che non esistono. Nella sua ridondanza, un film da rifiutare in pieno

Dopo la parentesi hollywoodiana di “Paradiso perduto”, Alfonso Cuarón torna in Messico per una falsa educazione sentimentale adolescenziale. “Y tu mamá tambien” (“Anche tua madre”) è il percorso di un “ultimo viaggio”, una traiettoria terminale composta da abitazioni lussuose e strade abbandonate e incontaminate, spazi che si negano per successioni in una vicenda che assume le forme di un desiderio/incubo. Nella sua struttura apparentemente oggettiva – una voce fuori campo che blocca improvvisamente le parole e i suoni diegetici per dare motivazioni sui personaggi di stampo quasi deterministico – in una velocità uniformemente costante in cui la storia dei tre personaggi sembra procedere con una monotonia seriale, Cuarón guarda il proprio paese come se si trattasse di un cineasta straniero, mettendone in evidenza gli spazi esotici, gli scenari quasi da “National Geografic” con i volti dei personaggi secondari che sembrano usciti da una guida turistica sul Messico. Ciò che sembra però maggiormente irritare dentro “Y tu mamá tambien” riesce però ad affascinare allo stesso tempo. Come nella traposizione hollywoodiana del romanzo di Dickens (“Paradiso perduto” è una riduzione cinematografica di “Grandi speranze”), il cineasta messicano ama i colori forti e le prospettive distorte della fotografia di Emmanuel Lubezki combinata con una narrazione diretta, intenzionalmente rudimentale e banale per come esplicita i sentimenti dei suoi personaggi. Cuarón esibisce in maniera fin troppo esibita i difetti della sua opera. Forse però, proprio per questo, “Y tu mamá tambien” può allargare la propria natura utopica, può trasformare questo breve incontro tra i due amici Julio e Tenoch con Louisa, una ventottenne ragazza spagnola che sa di morire di cancro (moglie tradita del cugino di Julio) in un’esperienza memorabile nella sua unicità, in un coinvolgimento affettivo unico al termine del quale le cose non torneranno più come prima. Probabilmente “Y tu mamá tambien” è una storia già al passato, la proiezione di un ricordo che si materializza con la vivacità dei colori del presente. Nell’impassibilità visiva di Cuarón c’è invece una partecipazione per i destini dei loro personaggi, per come si avvicina al volto di Louisa che piange dopo una telefonata mentre i due ragazzi si trovano a giocare a carte, per come libera un erotismo primordiale e sincero nella scena di un ballo a tre mentre sono ubriachi, per come lascia esplodere la rabbia implosa di Julio e Tenoch. Dietro un cinema dichiaratamente esagerato, c’è una libertà disordinata e seducente capace di trasformare paesaggi in visioni e di scoprire spazi che non esistono (la Bocca del Cielo). Nella sua ridondanza, un film da rifiutare in pieno o da cui lasciarsi trasportare anche ingenuamente. Si preferisce la seconda ipotesi
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