VENEZIA 58 - Sogni di morti viventi, “Waking Life” e “The Other”

La morte e il sogno aleggiano sul Festival, e questi due film “fantastici”, di Richard Linklater e Alejandro Amenabar, sanno raccontarle in un modo alquanto inquietante

Strano Festival quello di quest’anno, dove la quantità di materiali, eventi, incontri proposti, presuppone spettatori (e critici) capaci di materializzarsi e smaterializzarsi in più luoghi, contesti, visioni. Come se fosse ormai impossibile per l’individuo raccontare e tentare di decifrare il mondo, per cui anche il cinema ha bisogno di più interlocutori, e pubblico e critica devono attrezzarsi a divenire delle macchine altamente produttive, oppure rassegnarsi alla parzialità del giudizio, dell’impressione. Per cui, come sempre, alla fine esistono vari Festival, che spesso neppure si sfiorano e incontrano mai. E alle feste, ai dibattiti, agli incontri con i registi e le star, si possono anche “alternare” le visioni di film… ma anche qui è la frammentarietà che domina su tutti. In attesa degli eventi/dibattiti sulla Globalizzazione, che trasformerà il Lido in un bunker stile G8 (ma sarà vero?), i film continuano a scorrere sugli schermi e a mescolare le loro storie, seguendo un percorso che a tratti appare persino “pensato” da chi li ha selezionati, ma che poi inevitabilmente dimostrano (i film) la loro assoluta impermeabilità a ogni tentativo di essere sistematizzati o, in qualche modo, raggruppati attraverso temi, immagini, pulsioni.
Ecco allora che gli accostamenti diventano, necessariamente, delle forzature obbligate, delle maschere di visione che ci permettono di dare un senso soggettivo alle nostre continue visioni. E Linklater e Amenabar, lo ammettiamo, probabilmente non hanno nulla in comune…però…
“Waking Life” e “The Other” sono due film intelligibili. Cioè così apparentemente complessi da risultare di una superficialità sconcertante. Pacchetti ben confezionati per “operazioni” che lasciano il sospetto…di abili mani produttive. E forse sarà anche così, eppure… Eppure la morte e il sogno aleggiano sul Festival, e questi due film “fantastici” (prendetelo come volete, sia perché non sono film realistici e sia come aggettivo) sanno raccontarla in un modo alquanto inquietante. Linklater gioca con il sogno, lo mette al centro del suo film, del suo cinema, e sa che il cinema e il sogno hanno storie parallele e sono stati entrambi “inventati” (o scoperti…) negli stessi anni… “Siamo noi a vagare dormendo nel nostro stato di veglia, oppure attraversiamo da svegli i nostri sogni?”, si domanda e, lungi dal divenire una domanda parodistica (perché solo noi italiani conosciamo quelle di Marzullo…) si mette a rovesciare come un guanto il sogno di un cinema “virtuale” come quello ipotizzato da “Final Fantasy”. Alla smaterializzazione del corpo dell’attore praticata attraverso una sua totale ricostruzione e reinvenzione al computer, Linklater contrappone un gioco “artistico” molto fine, dove gli attori ci sono in carne e ossa, girano le scene ma vengono smaterializzati a colpi di pennello da un nugolo di artisti assoldati per l’occasione. Corpi reinventati da un lato, movimenti virtuali ridisegnati dalla computer grapich; corpi rigenerati dall’altro, rimaneggiati manualmente dagli abili disegnatori/artisti di Linklater. In entrambi i casi il bisogno dell’umano è palese: “Final Fantasy” nel negare i corpi veri sembra proprio rilanciarne la loro assoluta necessità, “Waking Life” invece se ne vuole riappropriare, ricostruendoli come puro immaginario.
In tutto questo gioco/lavoro sui corpi il film/cartoon progredisce seguendo traiettorie che nel sogno permettono riflessioni (serie) sui grandi temi dell’uomo, fino a quando il protagonista non scopre di essere davvero prigioniero del sogno, e cerca in tutti i modi di uscirne. Ma è una pura illusione, come uscire fuori dalla sala cinematografica in cerca di “realtà”… E l’illusione è l‘elemento dominante in questo curioso, magnetico e gelido adattamento che Amenabar ha fatto del romanzo “tardogotico” di Henry James. Qui la presenza divistica ottenebra un po’ la potenza cimiteriale del film, che gode di una sua vita autonoma, fluttua sui corpi degli spettatori, immergendoli in un gioco di ombre/luci, silenzi/rumori, vivi/morti, un continuo scatenarsi di doppi infernali, in una sorta di temporale dell’immaginario attutito solo dall’ombrello di una messa in scena controllata e cerebrale, dove ogni più piccolo dettaglio sembra ragionato per restare all’interno dell’archetipo dell’orrore. Niente concessioni allo splatter o al New Horror di un tempo, ma tragica consapevolezza che le forme immanenti dell’orrore sono sempre le stesse (come ebbe a dire una volta anche William Blatty a proposito del suo “L’esorcista”). E’ la morte quel che spaventa più di tutti, l’idea, l’odore, il profilo della morte. E quando i morti parlano, agiscono, si muovono, o meglio quando i morti – letteralmente – siamo noi, ecco che l’angoscia ci penetra nelle viscere e nessuno ha più scampo. Stiamo solo sognando o siamo svegli? Siamo vivi o morti?
Le riflessioni/lacerazioni interiori che lanciano questi due filmastri malefici ben rappresentano la vacanza dalla pace interiore che questa Mostra sembra voler raccontare. Immergendoci continuamente nei labirinti infernali dove i vivi e i morti, il sonno e la veglia, si confondono, e dove nulla è più come prima e tutte le nostre certezze, alla fine, vacillano.
Forse perché siamo morti, oppure è solo un brutto sogno…
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