VENEZIA 58 – Il cinema americano tra sorrisi e lacrime
“Rain”, “Training Day”e “13 Conversation about One Thing”, per un cinema USA che non sembra voler piùù dare risposte
E il Festival va.. come una nave gigantesca, un po’guidata un po’ alla deriva… C’è finora, qui al Lido, una curiosa atmosfera decadente, a tratti davvero malinconica (ma si sa, è Venezia…), che pare diffondersi attraverso tutti i film, quasi sempre dei luoghi oscuri, labirinti da cui sembra proprio impossibile uscire (per andar dove poi?). E mentre il cinema d’autore langue, e i cineasti di mezzo mondo cercano di raccontare le loro storie, finemente costruite, dolcemente elaborate, mescolando il politico coi sentimenti, la letteratura con il business, la commedia con la paralisi umana, il cinema americano ancora deve sparare i suoi colpi, ma quelli arrivati fino ad oggi ci segnalano strane tendenze. Di un cinema che sembra aver smarrito la strada delle grandi narrazioni e cerca disperatamente di ritrovarsi in piccoli mondi, anche stereotipati, ma luoghi precisi in cui potersi riconoscere. E’ il caso del film della Settimana della Critica ( che pare stia dispensando inedite sorprese) “Rain”, diretto da Katherine Lindberg. Midwest, provincia americana, i luoghi aperti e sconfinati, atmosfere che sembrano venire dalle opere di Sam Shepard, ma che trovano la loro dimensione tragica nel corpo di Melora Walters, incredibile concentrato di angosce e perversioni familiari (già ammirata in “Magnolia”), che qui è la protagonista di questo omicidio di un marito infedele che apre la storia, e che sarà solo l‘inizio di una serie di “terremoti” nel microuniverso della piccola città. “Rain” è un dramma multifamiliare, di quelli sporchi e trasandati che piacerebbero a Tenessee Williams, con quel caldo che fa esplodere ogni sensazione, ogni desiderio, in attesa di una pioggia purificatrice e tardiva. Film di elementi, la terra, il cielo, l’acqua in cui il cadavere viene ritrovato, il fuoco finale, ma soprattutto film di corpi, che si amano e uccidono con la stessa macabra semplicità. Lo sguardo della Lindberg è impietoso, lucido e descrittivo, con la severità di chi guarda con la stessa intensità emotiva un tramonto, un prato, un atto d’amore, una festa, un omicidio. Ma è questa freddezza che raggela il caldo umido proveniente dalle immagini, e scatena un gioco al massacro dove, della famiglia classica di un tempo, non restano ormai che le ceneri. Ma anche se dalle produzioni “indipendenti” (sotto l’egida di Scorsese in produzione) ci spostiamo alla Hollywood più classica, il discorso non varia più di tanto. “Training Day” dello scoppiettante Antoine Fuqua (qui incredibilmente contenuto ed è il pregio assoluto del film), è un altro viaggio all’inferno, quello che il giovane poliziotto Ethan Hawke compie nel suo primo giorno di lavoro al nuovo reparto dell’antidroga, guidato dal “vecchio” Denzel Washington cui finalmente Hollywood regala un ruolo da magnifico cattivo, dopo anni di personaggi insopportabilmente puri e onesti. Un film che sembra un remake urbano di “Cuore di tenebra”, talmente onirico e folle e cupo e ossessivo sembra essere il viaggio allucinante dei due poliziotti. Dove la ragione vacilla, la morale pare assente, e il “cattivo” Washington/Kurtz è solo vittima di un meccanismo di eccessivo adattamento al reale, e Hawke/Willard nella sua ostinata “purezza”, appare l’insensata risposta (vincente? Mah!) a un mondo che ha ormai perduto ogni traccia di senso, e dove la storia ( e le storie) vagano alla deriva. E da quest’ondata di storie cupe e riflessive sul destino dell’uomo non si allontana il film di Jill Sprecher (vinse qualche anno fa a Torino) con il suo “13 Conversation about One Thing”. La “One Thing” del titolo è la chimera, antica e moderna, quella parola che gli americani hanno al posto del nostro “lavoro” nella loro costituzione, e che un deputato di Forza Italia pare voglia introdurre anche nella nostra… (ma se il risultato è di farle fare la fine del lavoro….meglio tenerla fuori). Stiamo parlando della maledetta e inarrivabile Felicità, il luogo più astratto e invisibile del nostro pianeta, quella cosa che quando ci pensi, già non esiste più… Tredici capitoli e cinque storie, con personaggi che si intrecciano e incontrano, tra separazioni, morti, resurrezioni, sensi di colpa, invidie, ecc… Ha un senso ciò che viviamo ogni giorno? Quali e quante domande non trovano risposte sul destino dell’uomo? E mentre i corpi si scuotono dal loro torpore, attraverso l’alcool, incidenti, ferite, lacerazioni di ogni tipo, Jill Sprecher cerca di condurci per mano in questo universo dove il senso delle cose, delle nostre vite, dei nostri bisogni, aspirazioni, desideri, sembra risiedere proprio nella sua assoluta mancanza, appunto, di senso. Nichilismo di inizio secolo? No, piuttosto accettazione del fato, del “caso” come elemento costitutivo dell’umano. Per cosa correre allora? Per cosa sfoderare energie sorrisi lacrime e tutto il resto (“non abbiamo che sorrisi e lacrime”, dice Ethan Hawke a un esterrefatto Denzel Washington)? Nessuna risposta in agguato, dal cinema USA, per il momento. Anche se il solito Allen di stagione qualche sorriso ce lo ha dispensato….Ma quello lì è ormai un alieno di altri pianeti, completamente fuori dal mondo.
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