VENEZIA 58 - Nomadismi provvisori, “Loin”

“Loin” entra un in flusso sentimentale disordinato e nervoso tipico del cinema di André Téchiné, in cui i personaggi guardano a un futuro che non sembra esistere.

“Loin” è essenzialmente un film che si lascia vivere addosso, che ama perdersi dentro spazi incontaminati per il cinema di André Téchiné. Nel prolungamento di moto e stasi, di nomadismi incerti e stabilizzazioni temporanee dentro Tangeri, “Loin” entra un in flusso sentimentale disordinato e nervoso tipico del cinema del regista francese in cui i personaggi guardano a un futuro che non sembra esistere e, proprio per questo, cercano di divorare sanguignamente il presente. I viaggi di Serge nel camion, le attese di Sarah tra speranza, desiderio e rassegnazione, le fughe di Said portano a un contatto/distacco febbrile dei loro corpi materializzati con una coinvolgente fisicità. Dentro un disegno stilistico sempre coerente, forse “Loin” soffre nella distanza degli spazi, delle intersezioni negli stacchi con cui si alternano e si negano spazi differenti, dilatando sguardi, ritardando la messa in scena di emozioni che, quando giungono, toccano sulla pelle. L’opera soffre a volte di una costruzione teorica che fonde stile e forme diverse – da un sospetto di documentarismo all’utilizzo del digitale – che tiene lo sguardo troppo a distanza da quella rabbia nascosta e repressa, che attira proprio per essere viva, naturale. Nel momento in cui “Loin si allontana dalla sua costruzione teorica, diventa di colpo appassionato, improvviso, imprevedibile come nella scena davanti alla discoteca in cui Serge e Sarah si rivedono, come nelle emigrazioni di Said sulla strada, come nelle telefonate improvvise che il camionista riceve. Un cinema che nel momento in cui si allontana da quell’intellettualismo che frena i personaggi, diventa di colpo libero, che si apre e si sospende “en plen-air” (il pranzo all’aperto) in cui il richiamo a “Il fiume” di Renoir non è più isolata operazione cinefila, ma coerente rimando a quel clima di casualità che contraddistingue la quotidianità dei suoi protagonisti. “Loin” al tempo stesso riesce ad accumulare tensione in piani quasi claustrofobici che tolgono aria ai volti dei personaggi, una tensione che Téchiné riesce a lasciare sulla pelle nella scena della perquisizione del camion, esemplare nella sua velocità e immediatezza, che lascia soltanto il rimpianto di un film che, se non avesse avuto la pretesa di spiegare troppo, poteva permetterci di viverlo da dentro, di divorarlo pienamente. Senza nessun filtro.
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