VENEZIA 58 – Le verità nascoste in un nastro, “Tape”

Richard Linklater mette in scena un confronto a tre in una stanza d’albergo. Opera teatrale divenuta un film sulla difficoltà di conoscere la verità e di interpretare le azioni umane

Squittiscono i titoli di testa che aprono il film, come squittiscono le coscienze dei protagonisti maschili, i bravissimi Ethan Hawke e Robert Sean Leonard, supportati poi da una altrettanto brava Uma Thurman.
Il testo teatrale di Stephen Belbar è divenuto un film appartenente all’InDigEnt (Indipendent Digital Entertainmet) Project, presentato a Venezia nella sezione “Nuovi territori”.
Richard Linklater, Orso d’Argento per la regia di “Prima dell’alba” (1995), in concorso in questa edizione della Mostra di Venezia con l’amato/odiato “Waking Life”, traduce così in immagini una sceneggiatura serrata ed intelligente, realizzando un film “in tempo reale”, in cui la conversazione, le immagini, le battute, si consumano esclusivamente nel presente, negli ottanta minuti di durata.
Ragazzi in cerca di verità, di onestà, di passato, ma, soprattutto, di autenticità. Un crescendo di confessioni e provocazioni in un confronto tutto al maschile, in cui battute e consigli “da amico” si susseguono fino al punto di non ritorno. Vince fa il vigile del fuoco, spaccia droga, beve e fuma senza sosta; John è un regista all’esordio che porta scarpe da 150 dollari. Amici dai tempi dell’università, si ritrovano dopo dieci anni e rivangano il passato. Tra loro l’ombra di una ragazza, Amy Rendall, che sembra avere avuto un’importanza particolare nella vita di entrambi. Invitata provocatoriamente da Vince, anche lei parteciperà alla riunione, indirizzando la conversazione verso la soluzione e reimpostando equilibri ormai spezzati.
I rancori, la rabbia, la difficoltà di una confessione imposta e guidata; Vince fa partire il gioco e ne rimane coinvolto in prima persona; da colui che attacca e istiga, diviene quello maggiormente ferito: ha sempre cercato di imporre la propria visione; cerca una confessione che lo aiuti a comprendere e, soprattutto, ad accettare la notte di sesso che il suo amico John e la sua ex-ragazza Amy avevano consumato dieci anni prima. Non gli importa di ferire; provoca John, lo fa confessare, lo registra su un nastro, e infine coinvolge Amy nel suo gioco disonesto. Vince parla di onestà ma il suo primo impulso è di scappare davanti alle difficoltà, quando si tratta di dimostrarla. John agisce di riflesso, in un gioco di sincerità e ipocrisia.
“Tape” è un film sulla difficoltà di conoscere la verità e di interpretare le azioni umane; è la dimostrazione di quanto sia frequente la rielaborazione del passato per appagare l’orgoglio e la coscienza personale. Amy conduce sapientemente il gioco denudando i suoi amici e mettendoli con le spalle al muro. Figura inconsapevolmente scatenante e risolutiva della storia, anche lei porta le sue rielaborazioni, forse edulcorate, di quella notte, e nessuno conoscerà la verità assoluta, qualora esista.
Ottantaquattro minuti di conversazione fitta, ironica, intelligente; battute ponderate e caratteri che si costruiscono e confermano gradualmente tramite azioni e parole anche altrui; una regia al servizio di pause e tensioni testuali: un piccolo capolavoro regalato agli spettatori del festival di Venezia.

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