VENEZIA 58 - Notti senza vita, “Luce dei miei occhi”
Mette tristezza il film di Piccioni. Nella sua impermeabilità di sguardo, nel lasciare raccontare le storie dei personaggi lasciandoli però isolati, in quadretti esistenzialisti, freddi e indifferenti
Le notti dei morti viventi. Tutto sospeso in una Roma rappresentata anonimamente in luoghi/documentario dove sono costretti a convivere personaggi quasi alla volontaria ricerca della loro perdita d’identità. Dentro l’oscurità, lungo l’asse di quegli spostamenti propri del cinema di Piccioni – da “Il grande Blek” a “Fuori dal mondo” – i corpi sembrano cibarsi del proprio desiderio di dolore, di un’attitudine alla provvisorietà che è anche totale mancanza di slancio. Corpi spesso protetti, dalle carrellate sulle vetrine, dai rumori della strada, dall’assordante colonna sonora di Einaudi, separati “dal mondo” da piani sui volti che hanno la stessa presunzione antropologica dell’Amelio de “Lamerica”. Mette tristezza “Luce dei miei occhi”. Nella sua impermeabilità di sguardo, nel lasciare raccontare le storie dei personaggi lasciandoli però isolati, nei quadretti esistenzialisti, nella freddezza con cui vengono guardati con indifferenza gli immigrati. Perdendo l’umiltà che aveva caratterizzato il suo cinema fino a “Cuori al verde”, da “Fuori dal mondo” in poi il cinema di Piccioni ha cominciato a prendersi esageratamente sul serio. Nelle immagini grigie e nelle tonalità blu della fotografia di Catinari che si confonde con i contorni degli oggetti, in quel nomadismo e quella serietà che fa tanto cinema d’autore, nelle forme di un’alienazione ricercata che si pone come “mimesi” di Antonioni, i film di Piccioni hanno perso d’identità proprio quando hanno cominciato ad allontanarsi dai personaggi per ricercare forme elaborate di rappresentazione di una vita nella quale neanche gli stessi personaggi credono. E’ ormai un cinema senza passione quello del cineasta marchigiano, vivisezionato, privato di ossigeno, in cui ormai l’amore è più freddo della morte. Non c’è casualità negli incontri tra Antonio, un autista e Maria, titolare di un negozio di surgelati, entrambi “stranieri” in una città “straniera”, ma soltanto esibizione in un film che si compiace di una struttura visiva esibita e ricercata. Ma è assente ogni fremito, ogni sussulto, ogni momento di abbandono. Luigi Lo Cascio e Sandra Ceccarelli sembrano cercare l’obiettivo della macchina da presa come specchio anonimo, come nucleo visivo in cui mostrare il proprio volto infelice, in cui staccarsi dal buio della notte. Oscuro, senza “luce”, senza “occhi”, distantissimo nel fuori-campo della voce di Antonio/Morgan, creatura aliena reincarnata, incapace di adattarsi a un reale senza sentimento. Forse in “Luce dei miei occhi” c’è proprio la scrittura furba e disonesta per attrarre la giura del concorso – e, in questo senso, i malefici precedenti di “Ovosodo” e “I cento passi” fanno ben sperare – c’è quella tendenza a una disperazione tutta studiata a tavolino, davvero ignobile nel suo essere falsa. Piccioni non cattura, non suscita neanche la minima emozione. Antonio e Maria guardano gli altri per guardare se stessi, costringendo il nostro sguardo e il nostro corpo ad essere in apnea. Senza nessun riguardo e rispetto.
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