VENEZIA 58 – Arriva lo “spirito” di Carpenter, “Ghost of Mars”

Con un film combattivo, moderno e travolgente, Carpenter ha alzato finalmente il tono dei film di una Mostra eccessivamente cinefila e autoriale che sembrava aver perso di vista il cinema dei generi, quello che domina l’immaginario collettivo

“Nel suo film “Fuga da Los Angeles” la figlia del presidente si chiama Utopia, qui in “Ghost of Mars”è una terra lontana misteriosa e pericolosa…insomma qual è la sua personale Utopia Mr. Carpenter?” chiede un giornalista alla conferenza stampa. “La mia personale utopia inizia a novembre e finisce a maggio, e si chiama NBA…” Così risponde il tifoso dei Lackers alla domanda cinefila e “impertinente”, ma attenzione non è “solamente” una risposta spiritosa. Perché la passione di Carpenter per il basket, per le competizioni dure e forti dell’NBA, sono le stesse che lo portano a fare un cinema così viscerale, così magnificamente competitivo, quasi “ a punti”, dove ogni scena serve a guadagnare punti per poter passare alla successiva, con in un vero videogioco. Ma non confondiamo il cinema di Carpenter con i videoclip o i videogiochi, attenzione! In questo splendido, ennesimo capolavoro di serie b che è “Ghost of Mars”, Carpenter mette assieme il gruppo di uomini assediati, con tanto di prigioniero al carico di “Distretto 13”, l’alieno che s’impossessa degli umani de “La cosa”, il viaggio pericoloso e “senza ritorno” nel luogo dominato dai “mostri “di “Fuga da New York”, e mescola il tutto in un western fantascientifico ritmato dalla sua musica hard rock che letteralmente impazzisce sullo schermo, soprattutto quando gli alieni imperversano (e Carpenter, visivamente ma non solo, non nasconde poi tanto la sua, in fondo, simpatia per questi mostri….non sono poi dei rivoltosi in lotta contro gli oppressori terrestri?). Affogate le immagini in questo rosso “marxiano”, il film procede per accumulo di informazioni, e riesce ad andare da un flashback all’altro, intrecciandoli e sovrapponendoli, ma senza mai perdere un colpo, mai rallentare il ritmo, tutto dettato dai meccanismi ormai celebratissimi carpenteriani, capace dal nulla d’inventare un’azione, e poi un’altra e poi ancora, ma senza mai perder di vista la forza dei suoi personaggi. Che sono “abbozzati”, come nella migliore tradizione dei western, e la loro psicologia è tutta dentro l’uso che dei loro corpi sanno e riescono a fare. Corpi attrezzati, combattenti, armati fuori ma anche dentro, come dimostra la lotta che il tenente Melanie Ballard (Natasha Henstridge) intraprende dentro di sé contro gli alieni. Film astratto e psichedelico, celebra le droghe come forza di combattimento contro chi vorrebbe impossessarsi dei nostri corpi, discorso un po’ hippy, rivoluzionario e anche un po’ pericoloso se non venisse da Carpenter, ma è come se per combattere gli alieni gli umani dovessero trasformarsi essi stessi in altro da sé, in “alieni”, appunto. Alla fine lo spirito di Marte liberato da una donna (sempre loro…), s’insinua nei corpi, li trasforma e se ne impossessa, e la lotta sembra, per gli umani, impossibile. Come vincere un nemico che, se lo uccidi, entra dentro di te e ti cattura l’anima e il corpo? Una battaglia che sembra persa in partenza, come quella dei “Magnifici sette” (film adorato da Carpenter) che alla fine nonostante tutto decidono di ritornare e di combattere una battaglia che non è più fatta solo per soldi o per dovere, ma per una propria scelta morale.
Film combattivo, combattente, moderno e travolgente, “Ghost of Mars” ha alzato finalmente il tono dei film del Lido, di una Mostra eccessivamente cinefila e autoriale che sembrava aver perso di vista il cinema dei generi, quello che domina l’immaginario collettivo da sempre… Una Mostra che finora non aveva ancora dato colpi allo stomaco del pubblico, infreddolito e bagnato dalla pioggia battente che imperversa. Ma Carpenter ha scaldato tutti e il pubblico appassionato è andato in delirio. Ma si sa, Carpenter è un regista per pubblico di periferia non certo per gli intellettuali…
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