VENEZIA 58 – Il set che si apre al mondo, "Porto da minha infancia"
Nel film-doumentario di De Oliveira c'è la domanda di vita, di futuro di un cineasta che ha appena iniziato a guardare e scoprire il mondo e che (soprattutto) non ha alcuna intenzione di abbandonarlo
Dura 62 minuti l'ultimo capolavoro di Manoel de Oliveira. 62 minuti che mettono in scena una vita lunga quasi quanto il cinesecolo appena conclusosi. 62 minuti che sui titoli di testa vengono annunciati (ironicamente?) come un documentario. 62 minuti sublimi che attraverso il sogno di una vita rimettono in scena la nascita stessa del cinema. E così, muovendo dal fantasma (una foto sfocata) della casa paterna, de Oliveira si muove come sospeso tra rievocazione e ricostruzione, memoria e confessione. Eppure, con grande arguzia, il maestro lusitano non cede alla lusinga del narcisismo e, con uno straordinario scarto di pudore, avanza di finzione in finzione, affidando, nietzschianamente, alla maschera la sua voce più autentica. Ma ciò che impressiona di più del film è la mappatura di un mondo, l'idea di una topografia sentimentale che diventa (o coincide con) lo spazio stesso di un set. Un set che si apre al mondo; un mondo che umilmente accetta di essere set (e origine del cinema). De Oliveira si pone così sul crinale di un perenne divenire altro da dove il suo sguardo non cessa di cogliere l'aurora delle cose anche se apparentemente si tratta del suo (e del loro) crepuscolo. Ed è questa consapevolezza straziante, ma infinitamente ironica, che la voce più initima del cinema coincida con la voce del corpo che si riconosce simile alla materia del mondo a fare del suo film uno straordinario atto di fede materialista. "Porto da minha infancia" è dunque non l'immenso epilogo di un cinema che ha raggiunto il punto d'incandescenza formale della propria classicità, ma la domanda di vita, di futuro di un cineasta che ha appena iniziato a guardare e scoprire il mondo e che (soprattutto) non ha alcuna intenzione di abbandonarlo.
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