VENEZIA 58 – Corpi d’odio e d’amore, “Abril despedacado” e “A.I.”

Film polveroso e materico quello di Walter Salles, mentre Spielberg ci dona un film assoluto e infinito, talmente bello che sembra davvero un regalo di Dio, oppure è Dio stesso, fattosi film…

Avete siete mai sognato di essere vivi? O di essere un bambino che corre corre, oppure vola, o semplicemente racconta lungo una strada, con la luna piena e la pioggia battente, la favola del bimbo e dei pesci….già i pesci. C’è un legame folle e assolutamente casuale tra i due film visti, di seguito, ieri notte, “Abril despedacado”, di Walter Salles, e “A.I.” di Steven Spielberg. Salles chiude con un bambino che racconta una favola sui pesci, e con il giovane protagonista che arriva finalmente, come Matt Dillon in “Rumble Fish”, a vedere l’oceano. Spielberg apre con gli oceani che hanno ricoperto le grandi metropoli come New York, e lancia un bambino artificiale dentro un mare dove i pesci lo raccoglieranno per condurlo in un lungo viaggio sotterraneo.
Il cinema e gli elementi. Salles nella sua messa in scena del rito funebre della vendetta, muove i corpi dei protagonisti lungo traiettorie del dolore, ma anche della scoperta della violenza (meravigliosa la lunga sequenza dell’uccisione tra i campi) e, alla fine, dell’amore. Ma lo fa permettendosi il lusso di far raccontare il tutto a un “quasi morto”, sguardo ancora umano ma quasi dall’al di là, anima in via di sparizione che offre un punto di vista inedito e inquietante. E i corpi dei ragazzi sono avvolti dal sangue, dalla terra, dallo zucchero lavorato, dal sudore e dal sole, dal vento che quando arriva solleva polveri e delitti, fino alla pioggia che porta alla parziale cecità dell’assassino (tema quasi ridondante del film), fino al tragico e determinato errore finale. Film insomma polveroso e materico, che ti trasporta in un universo sconosciuto apparentemente, apertissimo ma invece terribilmente claustrofobico, “Abril Despèdacado” sorprende e rilancia luce su un cineasta già “troppo” premiato, con il precedente “Central do Brazil” che ci aveva lasciati perplessi per l’ostentata esibizione di materiale sociale, qui sostituito da materiale umano e corporeo.
Poi, letteralmente, arriva “Dio”. Cioè Spielberg. Con il suo occhio ci appare sul megaschermo del Palagalileo e si rivolge direttamente al pubblico, scusandosi per la sua assenza dal Lido, dovuta al lavoro al montaggio del suo prossimo film, e ci racconta la genesi di un film cosi fortemente voluto da Stanley Kubrick, che proprio in Spielberg aveva individuato il regista ideale di questa storia.
Del film parliamo in un altro articolo, e ne riparleremo ancora sicuramente, perché “A.I.” è il più potente dispositivo d’amore messo in scena dai tempi di “E.T.”, ma ben più complesso e coraggioso. Oltre “2001”, subito dopo “Contact”, di cui condivide la straordinaria carica religiosa, il film di Spielberg annienta lo spettatore, prima dolcemente, con una storia familiar-tecnologica, poi con la favola alla Pinocchio, e dopo oltre un’ora lo scaraventa in un universo “altro”, sotto gli Abyss di un mondo futuro, dove gli alieni cercano le tracce dell’uomo e s’imbattono invece in quella di un prodotto del suo ingegno, un robot bambino, indistruttibile fisicamente ma soprattutto capace di provare emozioni e sentimenti per duemila anni e oltre. “A.I.” non è un film di fantascienza ma un film biblico, è un viaggio allucinante nel desiderio del sogno, un viaggio alla ricerca della materializzazione del sogno, del sogno in sé, dell’amore in sé, anche se artificiale (ma se è creato dall’uomo, non è anche comunque “umano”?).
Film assoluto e infinito, e talmente bello che sembra davvero un regalo di Dio, oppure è Dio stesso, fattosi film, o meglio ancora, vogliamo dire, con le lacrime necessarie, che se Dio esistesse, se c’è davvero, è in questo film. E chi ha detto che un Dio non possa essere un film? E oggi invece delle tavole di Mosè probabilmente preferisce donare agli uomini queste meravigliose visioni. Ma ci ritorneremo presto.
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