VENEZIA 58 - La tragedia della Storia, la ferita del corpo, “ Quem es tu?”

Botelho mette in scena la ferita fondante della storia portoghese in un film che indaga la genesi e le conseguenze di un mito tragico, attraverso una ricerca che è anche un saggio di cinema controllato e rigoroso

Apparente scarto dagli stilemi, dagli ambienti altoborghesi tipici del regista portoghese, “Quem es tu?” (Chi sei tu?), ultimo lungometraggio di João Botelho, si inserisce invece con estrema facilità all’interno delle ossessioni del regista di “Qui sulla Terra” e “Traffico”. L’ossessione per la tragicità dell’esistenza, sia pure mascherata da commedia, o da farsa, ritorna in questo film, che mette in scena una delle opere fondamentali del teatro portoghese, “Frei Luís de Sousa”, scritto nel 1843 da Almeida Garrett; tre atti di straordinaria complessità nella semplicità apparente della messa in scena, che diventano, nelle mani di Botelho, anche un saggio di regia controllata e rigorosa.
“Quem es tu?” si presenta come esplorazione, indagine su un mito fondante della storia portoghese, quella del “Re atteso”, Sebastiano del Portogallo (1554-1578), un re folle, squilibrato, deforme, che convinse i nobili del Paese a partecipare ad una crociata contro i musulmani che premevano alle porte del regno, e che fu clamorosamente sconfitto nella battaglia di Alcácer Quibir nel 1578. Da allora questa figura rimase a lungo nelle leggende popolari del Portogallo, cantata nelle canzoni che evocavano il suo ritorno come liberatore dal giogo spagnolo. La tragedia che si svolge nella casa di Dom Manuel de Sousa Coutinho è impregnata di questa attesa, di questo senso di perdita fatale che la leggenda del Re Sebastiano cerca in tutti i modi di esorcizzare. Muovendo la macchina da presa all’interno delle mura del palazzo, Botelho racconta la storia di una nobile famiglia portoghese la cui esistenza è sconvolta dal ritorno del primo marito di Madalena de Vilhena, ormai risposatasi con Dom Manuel e madre della piccola Maria, creatura innocente, pallida e gracile. La tragedia si sviluppa attraverso un sapiente uso dei corpi e dei volti degli attori, attraverso le voci ora potenti ora ridotte ad un sussurro, attraverso il colore che squarcia il buio incombente, l’atmosfera malata e fredda che circonda il film. L’arrivo del primo marito di Madalena, Dom João, creduto morto nella battaglia di Alcácer Quibir diventa, nel film, la manifestazione concreta evidente, personale di una caduta, della fine di una potenza europea come il Portogallo. Nell’unica scena girata in esterni, quella della battaglia, Botelho lascia ogni spettacolarità fuori campo, per far sì che sia una lunga, interminabile carrellata sui cadaveri rimasti sul campo a descrivere, con un’unica immagine, l’assurda impresa del Re folle, la morte che segna la modernità di un Paese, la violenza di un atto fondante. L’altra morte assurda che chiude il film, quella della piccola Maria, distrutta dalla decisione dei genitori di prendere gli abiti talari per sfuggire al peccato, chiude, in perfetta circolarità, la tragedia che da collettiva (quella di un intero popolo) diventa individuale (quella della famiglia).
L’origine teatrale del testo serve a Botelho per rinunciare ad ogni movimento eccessivo della macchina da presa, senza rinunciare al cinema, che decostruisce il testo, accentuandone i dettagli, gli elementi astratti e significanti del dolore, come i volti (quelli degli attori, come quelli dei ritratti che adornano le mura del palazzo), o gli improvvisi fiotti di colore (il sangue che sgorga dalla bocca di Maria morente), fino ai gesti folli, tragici e dirompenti dei personaggi.
Un saggio di regia, dunque, che si arricchisce di elementi pittorici, usati dal regista non con intenti citazionisti, ma nel tentativo di disegnare la disfatta della storia e degli uomini. El Greco, il riferimento pittorico più evidente nel film, diventa la perfetta rappresentazione della dissoluzione di un’epoca, attraverso l’uso quasi carnale dei colori, la deformazione ascetica ed espressiva dei corpi e dei volti. Un film – quello di Botelho - che non racconta la Storia, ma ne indaga la tragicità implicita, il suo essere il luogo dove le ferite si aprono irrimediabilmente, per restare.
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