"Lucky Break" di Peter Cattaneo
Cattaneo con la scusa dell’eroismo della gente comune e della sprovincializzazione della Vecchia Europa, commette un abominio: innalza un monumento alla globalizzazione cinematografica tipicamente hollywoodiana
Lucky break è un altro film sul riscatto dei perdenti. Ma in relazione a "Full Monty" la presunta poetica del favolismo sociale di Cattaneo conferma purtroppo i sospetti critici legati al precedente successo. Ora è più facile sgamarlo: Cattaneo è il più ricattatorio e machiavellico dei registi british. E’ la versione edulcorata e facilona di Ken Loach, se non la sua pantomima, con tutto il rispetto per il cantore della working class. Tuttavia Cattaneo con la scusa dell’eroismo della gente comune e della sprovincializzazione della Vecchia Europa, commette un abominio: innalza un monumento alla globalizzazione cinematografica tipicamente hollywoodiana. Che insincerità! Viene subito dopo aver spacciato in prima istanza il suo cinema per una battaglia fideistica contro “l’infame produzione hollywoodiana.” Proprio questa è la linfa vitale. I personaggi sono così tutti terribilmente archetipici: il ladruncolo, l’italiano fissato con la coltivazione dei pomodori , il secondino sadico, il direttore acculturato (immenso come sempre Christopher Plummer) e naturalmente il fulcro narrativo di ogni prison movie: l’evasione. Questa si risolve in un duplice happy end consolatorio: il protagonista non scappa, per amore dell’impiegata che lo attenderà al momento della scarcerazione. Con un’ellissi stile epilogo di "Full Monty" almeno era concesso il beneficio del dubbio! Spogliatisi anche della dignità, Robert Carlyle e soci restavano comunque dei reietti. E vissero dunque felici e contenti. C’era più originalità addirittura nel coatto "Sorvegliato speciale" con Stallone. Perché è questo il punto: la rozzezza intesa come cifra stilistico-recitativa dovrebbe essere il principio estetico regolatore di questo film , seppure appartenente al comico. Ma la regia è troppo para-televisiva. E nel prosieguo di una filmografia vale la stessa regola aurea dell’arte della guerra, e di ogni battaglia: non fare mai la mossa che l’avversario si aspetta. Quindi Cattaneo persegue (in)volontariamente l’intento di scarnificare la polisemia della diegesi ancora più di "Full Monty". Sprecando in maniera imbarazzante l’occasione di rielaborare i codici di un genere usurato all’interno della commedia sociale. Ma prendiamone atto: anche "Lucky break" farà comunque un sacco di soldi, e tanta critica ideologica riceverà un’altra fellatio. LUCKY BREAK di Peter Cattaneo
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