“Flower island” di Song Il-gon

Tre donne sole e disperse in un paesaggio mutevole che si fa cornice e commento di disagio e di dolore. Avvolto in un silenzio quasi irreale, è un film dove le azioni paiono intrecciarsi l’una all’altra, avvolgendo di insolita magia luoghi incantati

Un film più che mai proiettato nell’attesa di un evento e, soprattutto, affidato alla realizzazione di un desiderio. “Flower island” (esordio nel lungometraggio di Song Il-gon, dopo una lunga esperienza come regista di documentari e cortometraggi) è la storia di una fuga e di un riavvicinamento condotti con sguardo attento ma distante, partecipe eppure discreto. Tre donne sole e disperse in un paesaggio mutevole che si fa cornice e commento di un disagio e di un dolore che le immagini descrivono. Il viaggio dalla città al mare (verso l’isola dove mali ed affanni scompaiono magicamente) parte da vicoli bui, edifici desolati e solitudini inquietanti, e prosegue lungo un cammino faticoso tra la neve delle montagne e il freddo delle strade immerse nella notte. Alla fine il mare compare con sorpresa, come fosse già parte della leggenda di quell’isola fiorita che segna la fine del percorso, e sulla quale si accumulano le speranze di ognuna.
Avvolto da un silenzio quasi irreale, “Flower island” procede lentamente, per accumulo e per disgregazione di elementi (della storia e della visione), resta legato alla contemplazione del reale ma sa aprirsi anche alle suggestioni della fantasia. Si avanza per accostamento e congiunzione di opposti (a partire dalla personalità stessa delle tre protagoniste) e si prosegue alla ricerca di una simmetria da ottenere nel raggiungimento del sogno. Film dove le azioni paiono intrecciarsi l’una all’altra, avvolgendo di insolita magia luoghi incantati e che pure rappresentano il lato esteriore di un’intimità celata. L’unica congiunzione a questi due mondi paralleli è rappresentata da una videocamera che accoglie e trattiene le immagini come un contenitore di tempo e memoria.
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