“Elegia dorogi” di Aleksander Sokurov
E’ il racconto di una visione, di un percorso introspettivo che segue la forma del diario e della confessione sussurrata a mezza voce, con la malinconia del rimpianto e dell’addio
É un viaggio dello sguardo quello che il regista russo Aleksander Sokurov compie in “Elegia dorogi”, splendido film del pensiero colto nel momento del suo compiersi, in cui si ritrovano le coordinate di un cinema assoluto che oltrepassa sempre i confini del cinema stesso. Come in “Madre e figlio”, anche qui si sceglie la strada della destrutturazione dell’immagine, o meglio, della sua trasfigurazione, alla ricerca di quel mondo sommesso che sta tra il reale e il sogno, una sorta di veglia che trasforma le cose, deviandone i contorni e circondandoli di una nebbia leggera che li astrae da qualsiasi realtà. Un uomo solo si aggira tra silenziosi paesaggi che sembrano nascere nel momento della loro rappresentazione, attraversa luoghi innevati, oltrepassa frontiere sconosciute, sorvola il mare fino a giungere in un paese straniero. Durante il suo percorso traccia la cronaca di ciò che vede, descrive sensazioni e sentimenti che danzano in equilibrio sul bordo di un abisso. Solo alla fine viene rivelato il senso di questo viaggio: una tela, dipinta nel diciassettesimo secolo, in cui l’uomo si specchia e si ritrova dopo la perdita di sé e della sua memoria.Rigore e tormento, dunque, classicità e sperimentazione convivono nella stessa immagine, anzi, si alimentano reciprocamente dando vita a un cinema ipnotico di intima illusione. “Elegia dorogi”, infatti, è il racconto di una visione, di un percorso introspettivo che segue la forma del diario e della confessione sussurrata a mezza voce, con la malinconia del rimpianto e dell’addio.
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