“Gege” di Yan Yan Mak

Questa opera prima è un film di grande intensità perché privilegia quello che non si vede a ciò che, invece, è manifesto e tangibile. A metà tra il documentario e l’astrazione di un cinema che cerca nuove sperimentazion

Opera prima della ventottenne regista Yan Yan Mak, Gege è un film di grande intensità perché privilegia quello che non si vede a ciò che, invece, è manifesto e tangibile. Anche qui si assiste alla messa in scena di uno sguardo nello sguardo che scava oltre la realtà, andando a cercare le ragioni di un gesto e di una vita nella profondità dell’inquadratura. Sembrano esserci molteplici veli che separano l’apparenza dalla verità delle cose: è necessario affrontare tutti gli strati prima di poter ottenere delle risposte. Questo il percorso che compie il protagonista del film, giovane di Hong Kong partito alla ricerca del fratello maggiore da cui non ha avuto più notizie. Gli ultimi segni lasciati sul suo cammino sono una lettera e una fotografia spediti da un remoto villaggio del Quinghai, proprio nell’anno della restituzione di Hong Kong alla Cina, ma anche stralci di pellicola in Super8 che ne fanno un personaggio fantasma, assente, eppure presente appena oltre i margini del quadro. Segni che rimandano lo sguardo ad un controcampo/fuoricampo impossibile, ad un prolungarsi del film nelle regioni dell’immaginazione. In questa direzione si colloca la scelta dell’estrema deriva geografica, l’approdo in un luogo di confine come teatro ideale per la messa in scena della ricerca e del ritrovamento. Villaggio senza tempo, dove lo scorrere è parte di un lento mutare di stagioni e i gesti indugiano nello loro sfida contro l’immobilità. E nel frattempo lo sguardo si è adattato al ritmo dell’aria e riscopre il puro piacere di osservare lungamente paesaggi e dettagli, volti sorpresi in espressioni di ingenuo stupore, sempre a metà tra il documentario e l’astrazione di un cinema che cerca nuove sperimentazioni.
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