“Wadi Grand Canyon” di Amos Gitai

Film politico e poetico, è anche saggio teorico sul tempo e su come il cinema possa trasformarlo in segno visibile, renderlo traccia che delimita un cammino del pensiero e della memoria.

Vent’anni nella storia di un luogo che si è fatto metafora dell’evoluzione dei tempi e degli uomini. Amos Gitai ritorna, per la terza volta, su un set dove ha conosciuto persone e assistito ai cambiamenti del paesaggio, indugia sui volti dei “suoi personaggi”, ne ascolta i racconti cercando nella loro voce il segno del divenire inevitabile. Film politico e poetico, “Wadi Grand Canyon” è anche saggio teorico sul tempo e su come il cinema possa trasformarlo in segno visibile, renderlo traccia che delimita un cammino del pensiero e della memoria. É bella l’adesione dello sguardo agli sguardi degli uomini e delle donne intervistate, è commovente la capacità di annullare le distanze e stringersi attorno al racconto orale che diventa film, alle parole che si trasformano in immagini, trasfigurate fino ad essere oggetto di un modo visionario di interpretare la realtà contemporanea. É in questo passaggio continuo tra il livello del detto e del visto che giace l’aspetto più rivoluzionario e militante di un film che, proprio in quest’epoca di conflitti e violenze, suona come monito a cambiare il mondo. Si parla di convivenza possibile tra culture, storie, religioni, si mette in scena l’umiltà di un’umanità ancora disponibile e semplice. Talvolta si può riconoscere in sovrimpressione la gentilezza crudele di Pasolini e dei corpi che amava filmare alla ricerca dell’origine, ma quello che più colpisce è il confronto silenzioso tra le immagini di ieri e le immagini di oggi che dimostrano come il passare del tempo non ha eroso soltanto la terra ma anche la speranza di una rivoluzione.
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