Terra di nessuno
Venezia 58: un territorio di passaggio, in cerca di novità. Riflessioni sull'ultima Mostra del Cinema
Nella memoria resterà come un luogo di transito, un territorio di passaggio tra l'attualità ritrovata di un certo, eterogeneo classicismo e la staticità di un certo cinema d'autore troppo organico. Il resoconto dalla Mostra veneziana numero 58 sta tutto in questa terra di nessuno, nella definizione di uno stato delle cose cinematografiche che fluttua tra i rigori di ricerca di straordinari teorici con la macchina da presa (Guy Debord, Jean-Claude Rousseau, Stan Brakhage: punte che Cannes non si sognerebbe neanche di sfiorare), il fervore attualistico di riconosciuti Maestri che qualcuno vorrebbe "fuori moda" e invece persistono all'avanguardia tenendosi rigorosamente non allineati (Carpenter, Rohmer, Garrel, Herzog), l'emergenza a volte rinnovata di eterogenee visioni (Fruit Chan, Amenábar, Kim Ki-Duk, Capuano, Cantet, Hughes Bros, Fuqua, Salles), e il prêt-à-porter di certo cinema da salotto che fa la sostanza popolare di ogni kermesse generalista (Cuarón, Loach, Nair, Payami, Piccioni)…
Niente di più normale per un festival, si dirà: intrecciare le prospettive di ricerca con gli sguardi di parata, le deviazioni di tendenza con i grossi nomi da cartellone, il cinema per il pubblico con quello per i critici… E ben si conoscono gli strappi, le tensioni, i compromessi, le battaglie vinte che qualsiasi direttore di un festival di "categoria A" come quello veneziano deve mettere in conto prima di chiudere un cartellone.
Sicché non resta che fermarsi a riflettere su quale cinema Venezia 58 ha saputo e voluto proporci, partendo dalla consapevolezza che, mai come questa volta, la Giuria ha premiato i film peggiori del Concorso…
Questa, per esempio, è stata la Mostra in cui gli strappi al tessuto classico del cinema di genere hanno prodotto degli squarci interessanti: Carpenter rimaterializza la sua ossessione del narrare attorno al fuoco tribale, tanto quanto Spielberg trascrive la sua ossessione vitalistica nella fiaba rigenerata artificialmente; Amenábar quadra il cerchio del suo cinema con la perfezione gotica del suo orrore, tanto quanto Walter Salles dà forma ad antichi furori con la potenza ipertrofica di segni e strutture; Albert & Allen Hughes, così come Antoine Fuqua, rivelano dal canto loro che Hollywood non ha perso del tutto la bussola di una produzione mediamente solida e coerente sul piano stilistico… D'altronde ci si è dovuti scontrare con la persistente zavorra d'un cinema generalista e globalizzato che poco conosce i moti veri dello spirito: in questo senso basta dare uno sguardo al palmarès del Concorso "Venezia 58" per avere la lista completa di simili opere - dall'immancabile iraniano formato esportazione (Babak Panay), all'indiana d'Hollywood Mira Nair, all'austriaco borghese/trasgressivo Ulrich Seidl, al messicano nostalgico-adolescenziale Alfonso Cuarón, al Piccioni narrativamente inetto. Insomma, meglio la Giuria del Leone dell'Anno, che ha premiato il francese Laurent Cantet, prodigo di un'opera che sviluppa le qualità latenti nel suo film precedente.
A proposito di Concorsi, del resto, lo sdoppiamento del Leone, dichiaratamente funzionale a criteri di "captatio", non sembra aver prodotto l'esito sperato: fatalmente "Venezia 58" (che tra i nostri redattori ha una media voto a film piuttosto bassa: 5,43) ha smarcato il "Cinema del Presente" (media 6,23) proponendosi all'attenzione di stampa e - conseguentemente - pubblico come il concorso di Serie A. Né la scelta programmatica della Direzione di non creare una concreta differenziazione tra i due concorsi è parsa azzeccata: se almeno "Cinema del Presente" avesse tenuto assieme quelle opere più rigorose e di tendenza ci si sarebbe potuti congratulare per una selezione d'avanguardia… Invece il risultato è stato che, per esempio, da una parte ("Venezia 58") l'ottimo coreano Kim Ki-duk s'è visto schiacciare da i vari Cuarón, Nair e Loach, mentre dall'altra ("Cinema del Presente") i vari Herzog e Cantet hanno subìto un passaggio più in sordina…
Nell'insieme la Mostra è apparsa comunque efficace nel modulare tutti i suoi livelli. Il merito va in buona parte al coraggio delle retrospettive (Munk e Debord) e della sezione "Nuovi Territori" (media voto a film 7,37!!), ma va sottolineata anche la concretezza della selezione americana, scevra da qualsiasi tentazione banalmente spettacolare. Resta l'impressione che questa Mostra sia troppo "centrista", incapace cioè di sbilanciarsi in qualsiasi direzione: forse sbagliamo, ma la sensazione forte che abbiamo è che a Venezia manchi una sezione totalmente autonoma, come accade in tutti i grandi festival (a Cannes la "Quinzaine", a Berlino e a Karlovy Vary i "Forum").
E poi il vero limite è la sede: il Lido è in assoluto uno dei posti più inospitali al mondo dove organizzare un festival con le ambizioni di quello veneziano e non c'è sforzo organizzativo (pur riuscito) che tenga di fronte a questo dato di fatto: il Lido è il vero veto posto alla felicità di questa Mostra… Ma a questo neanche Barbera può porre rimedio!
QUESTA LA CLASSIFICA DEI FILM DI VENEZIA NEI VOTI DEI REDATTORI DI SENTIERI SELVAGGI9,04 John CARPENTER, John Carpenter's Ghosts of Mars
9 Alexander SOKUROV, Elegia dorogi
8,5 Manoel de OLIVEIRA, Porto da Minha Infância
8,5 Peter FONDA, The Hired Hand
8,5 Catherine BREILLAT, Brève traversée
8,4 Eric ROHMER, L'Anglaise et le Duc
8 Pedro COSTA, Daniéle Huillet et Jean-Marie Straub
8 Julio BRESSANE, Dias de Nietzsche em Turin
8 Youssef CHAHINE, Silence... on tourne!
8 SONG Il-gon, Flower Island
8 Laurent CANTET, L'Emploi du temps
7,93 KIM Ki-Duk Address Unknown
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