“Figli/Hijos” di Marco Bechis
E’ come se il film fosse scisso in due: alla parte italiana ascriviamo i difetti di sceneggiatura e la fede nel cinema di denuncia; al versante argentino attribuiamo invece la libertà di uno sguardo che esplode con una forza realmente inusitata
Marco Bechis, dopo la rivelazione folgorante di “Alambrad”o, non si è più ripetuto ai livelli di un film che, all’epoca, seppe scuotere le aspettative che - in genere - si nutrono nei confronti del cinema italiano. “Garage Olimp”o, infatti, al di là del nobiltà del gesto politico (in sé nient’affatto scontato) ricadeva nella casistica di un cinema politico tutto “già” visto e inquinato per di più da sospetti di “cavanismo” fuori tempo massimo (la relazione vittima-carceriere). “Figli/Hijos”, in questo senso, tenta di equilibrare le esigenze del cinema di Bechis. Da un lato si continua a scavare nelle ferite di un’Argentina colpita a morte dalla dittatura ma che testardamente tenta di continuare a dire di “no!” e ricominciare a vivere; dall’altro, si tratta di ridare corpo stilisticamente a uno sguardo che avverte il rischio della sterilizzazione. Evidente, e comprensibile, il tentativo di ritornare dalle parti di “Alambrado”, dunque. La relazione tra i due (non)fratelli, per quanto priva di quelle pulsioni dark e paraincestuose del film d’esordio, è decisamente inquieta e perturbante. Bechis si muove tra i due corpi dei protagonisti come un cartografo sentimentale che tenta di delineare gli orizzonti di nuovi sguardi possibili; con l’urgenza di chi torna alla vita e riprende a scrutare il farsi del mondo. Non è un caso che il film prenda quota, dopo un avvio decisamente anonimo, dopo che Bechis mette da parte le ansie di una sceneggiatura iperscritta e piattamente descrittiva. E non è un caso che Bechis mostri il suo valore non appena si tratta di rimettere in scena smarrimenti e desideri. Di fatto è come se il film fosse scisso in due proprio come il suo titolo: alla parte italiana ascriviamo i difetti di sceneggiatura e la fede (di matrice contenutistica) nel cinema di denuncia; al versante argentino attribuiamo invece la libertà di uno sguardo che esplode all’interno delle traiettorie del film con una forza realmente inusitata e che, come per miracolo, si ritrova nelle immagini del finale stretta indissolubilmente a un’urgenza politica che, allontanati i fraintendimenti del cinema civile nostrano, diventa irrinunciabile testimonianza, dolorosa e gioiosa, di un esserci forte e consapevole.
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