La fiebre del loco
Sul desiderio di cacciare questo raro mollusco, Wood realizza quasi un documentario in cui gli uomini e le donne vengono colti nei loro aspetti più ferini, sorpresi ad amoreggiare, ebbri di quello spirito di conquista che esaspera ogni loro reazione.
Una dimensione tragica sovrasta la comunità cilena di Andrès Wood, il respiro di una fatalità incombente che sta per rivelarsi e che si manifesta lentamente, con un’incisività dolorosa, dietro la kermesse mascherata dei pescatori in preda alla follia del loco. Il regista latinoamericano, lungi dal voler sostenere l’utopia di una natura epurata dai conflitti di classe e dalla competizione economica, che sopravvive come polo antitetico alla civiltà metropolitana, fa di un’isola, di questa landa ormai spopolata e apparentemente tranquilla, il suo teatro di guerra. Uno scenario suggestivo, che la macchina da presa riprende fugacemente, con distacco, e che la pellicola sgranata depaupera di ogni orpello paesaggistico. Sul desiderio di cacciare questo raro mollusco, infatti, Wood realizza quasi un documentario in cui gli uomini e le donne vengono colti nei loro aspetti più ferini, sorpresi ad amoreggiare tra i vicoli, nei bar o sulle barche, ebbri di quello spirito di conquista che esaspera ogni loro reazione. E a poco a poco, una comunità solidale e vincolata da valori etico-religiosi comuni si trasforma in un microcosmo di “homo homini lupus”, in un’alcova di mercanti animata dal miraggio di una ricchezza facile e egualitaria, sospettosa, diffidente, aggressiva, tesa costantemente a dissimulare identità e sentimenti (Canuto finge di essere onesto, il suo compare finge di non comprendere la lingua, Sonia finge di non amare Canuto) e pronta a difendersi dalla minaccia di un cambiamento o dalla provocazione rappresentata da una figura aliena (come le prostitute). E in questo luogo drammatico della fabulazione, non manca neppure un rimando al mondo patinato delle soap opere che il regista cita palesemente attraverso il racconto della telenovela radiofonica trasmessa dal parroco dell’isola e dalla sua collaboratrice che, per giunta, allaccia le vite di tutti i personaggi del film. Un riferimento ironico ma fortemente critico nei confronti di una drammaturgia che ha imposto la sua egemonia, la sua retorica ed i suoi temi in tutto il sud America ed è diventata un modello narrativo e figurativo con cui il cinema deve inevitabilmente confrontarsi. Titolo originale: La fiebre del locoRegia: Andrès Wood
Sceneggiatura: Gilberto Villarroel, René Arcos e Andrès Wood
Fotografia: Miguel Joan Littin
Montaggio: Andrea Chignoli
Musica: Carlos Cabeza
Scenografia: Paz Puga
Interpreti: Emilio Bardi (Canuto), Loreto Moya (Sonia), Luis Dubo (Jorge), Tamara Acosta (Nelly), Maria Izquierdo (Leila), Julio Marcone (Yukio), Luis Margani (Padre Luis).
Produzione: Andrès Wood Productiones, Altavista Films, Canal Plus, Fonds Sud, Hubert Bals Fund, SGAE e Fondart-Corfo
Distribuzione: Tequila Gang
Durata: 90 minuti
Origine: Cile/Spagna/Messico, 2001
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