18° TORINO FILM FESTIVAL - Il concorso lungometraggi
Opere prime o quasi per i dieci film selezionati nel concorso lungometraggi del Torino Film Festival, dieci storie per scoprire nuovi sguardi e tracciare un percorso fatto di dettagli e ritratti, ma anche di riflessione teorica sui generi e sulla loro scomposizione e ricomposizione. Una manciata di film che disegnano un ampio orizzonte e che, soprattutto, ci mettono di fronte ad autori nuovi che si fanno protagonisti di nuove scoperte.
Periferie degradate di città neppure sfiorate, sono quelle messe in scena dall’esordiente David Gordon Green in “George Washington”, storia di bambini in cerca di pace, filmati con occhi sorpresi e raccontati come fosse un ricordo lontano. Quello che più colpisce in questo film è la capacità di creare legami sottili tra i luoghi e le azioni che in essi si consumano per farle rivivere, riaccadere (almeno nei pensieri), ogni volta che il vagabondaggio disordinato dei piccoli protagonisti torna a portarli sui loro stessi passi. In perfetto equilibrio tra passato e presente, e ugualmente attento alla costruzione del set, un altro film, ben più completo e coerente nel suo interno sviluppo. “Tri brata” il regista kazakho Serik Aprymov riesce a raccontare per brevi accenni e lentamente, come a voler ripetere l’andamento rapsodico e discontinuo dei ricordi e della loro rievocazione.
Gioco di stratificazioni e di sovrapposti livelli, invece, che si incrociano e si contaminano, è l’egiziano “Ard el khof” di Daoud Abdel Sayed, noir rivisitato e capovolto, dove non più la scarnificazione degli elementi, ma la loro continua accumulazione, divarica i tempi e dilata l’azione in un susseguirsi imprevedibile di eventi. Operazione uguale e contraria a quella messa a punto con semplicità e sapienza dal giapponese Shinozaki Makoto (già autore dell’altrettanto sensibile “Okaeri”) in “Wasurerarenu hitobito” dove l’osservazione minuziosa di un gruppo di reduci della seconda guerra mondiale si incrocia alle immagini della loro stessa memoria, non come riflesso pallido che si affaccia dal passato, ma, ancora una volta, come eventi che si presentano per essere rivissuti.<br>
Distanze che si moltiplicano e si annullano, legami che si ricreano e si spezzano, corpi che si inseguono e si cercano, fuggono e si nascondono. Così, ad esempio per un film splendidamente diseguale e ricco di contrasti come “Tresses” di Jillali Ferhati ambientato in una Tangeri splendente di colori che si fanno simbolo dirompente di un dolore esprimibile solo nel silenzio. Le trecce cui fa riferimento il titolo, costituiscono il motivo centrale di tutto il film, come fili sottili che dirigono lo sguardo lontano-vicino e innescano il movimento.
Periferie degradate di città neppure sfiorate, sono quelle messe in scena dall’esordiente David Gordon Green in “George Washington”, storia di bambini in cerca di pace, filmati con occhi sorpresi e raccontati come fosse un ricordo lontano. Quello che più colpisce in questo film è la capacità di creare legami sottili tra i luoghi e le azioni che in essi si consumano per farle rivivere, riaccadere (almeno nei pensieri), ogni volta che il vagabondaggio disordinato dei piccoli protagonisti torna a portarli sui loro stessi passi. In perfetto equilibrio tra passato e presente, e ugualmente attento alla costruzione del set, un altro film, ben più completo e coerente nel suo interno sviluppo. “Tri brata” il regista kazakho Serik Aprymov riesce a raccontare per brevi accenni e lentamente, come a voler ripetere l’andamento rapsodico e discontinuo dei ricordi e della loro rievocazione.
Gioco di stratificazioni e di sovrapposti livelli, invece, che si incrociano e si contaminano, è l’egiziano “Ard el khof” di Daoud Abdel Sayed, noir rivisitato e capovolto, dove non più la scarnificazione degli elementi, ma la loro continua accumulazione, divarica i tempi e dilata l’azione in un susseguirsi imprevedibile di eventi. Operazione uguale e contraria a quella messa a punto con semplicità e sapienza dal giapponese Shinozaki Makoto (già autore dell’altrettanto sensibile “Okaeri”) in “Wasurerarenu hitobito” dove l’osservazione minuziosa di un gruppo di reduci della seconda guerra mondiale si incrocia alle immagini della loro stessa memoria, non come riflesso pallido che si affaccia dal passato, ma, ancora una volta, come eventi che si presentano per essere rivissuti.<br>
Distanze che si moltiplicano e si annullano, legami che si ricreano e si spezzano, corpi che si inseguono e si cercano, fuggono e si nascondono. Così, ad esempio per un film splendidamente diseguale e ricco di contrasti come “Tresses” di Jillali Ferhati ambientato in una Tangeri splendente di colori che si fanno simbolo dirompente di un dolore esprimibile solo nel silenzio. Le trecce cui fa riferimento il titolo, costituiscono il motivo centrale di tutto il film, come fili sottili che dirigono lo sguardo lontano-vicino e innescano il movimento.
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